L'autonomia secessionista che minaccia la Liguria

Se Genova e la Liguria sono al bivio il progetto di autonomia differenziale non può far che discendere una china ancora più negativa.
Giacomo Zolezzi

Feb 17, 2019

Se Genova e la Liguria sono al bivio il progetto di autonomia differenziale non può far che discendere una china ancora più negativa.

Il 22 ottobre 2017 si sono tenuti due referendum regionali consultivi, uno in Veneto e l’altro in Lombardia con esiti molto differenti, se in Veneto il dibattito sull’autonomia è vivo da anni e ha visto un’affluenza relativamente alta pari al 57% in Lombardia è stato accolto con molta più freddezza non raggiungendo il quorum in nessuna provincia.

Fatto sta che come conseguenza di questi due referendum i governi regionali hanno attivato la procedura prevista dall’art. 116 della Costituzione per avviare la trattativa con il governo per l’attribuzione di maggiori poteri a livello regionale.

Nel silenzio più totale queste trattative sono andate avanti e nell’avvicinarsi della scadenza imposta per legge del 15 febbraio il governo è cambiato e tra i partiti al governo è salita la Lega Nord, che facendo un’operazione di memoria storica era quella forza politica che parlava di secessione del nord o meglio della pianura padana dal resto dell’Italia e che pur trasformandosi da partito regionale fondato sull’odio dei terroni a partito nazionale fondato sull’odio per i migranti non ha abbandonato le nostalgie autonomistiche.

Ma cosa significa autonomia? E soprattutto cosa significa autonomia per la Lega Nord? Su questo concetto si gioca la reale partita di questa proposta di riforma che sta passando in totale sordina ma che nella realtà dei fatti potrebbe cambiare sostanzialmente la forma e l’architettura dello stato italiano e dei suoi rapporti con le diseguaglianze e con le istituzioni locali. L’autonomia che si sta portando non è quella positiva di un’istituzione e una forma di governo che si avvicina ai cittadini mantenendo dei sistemi perequativi per abbattere le differenze territoriali bensì una secessione delle regioni più ricche contro quelle più povere.

In primis non è stato un processo democratico, la trattativa tra lo stato e le regioni si è svolta a porte chiuse, il parlamento non ha avuto l’opportunità di vedere le carte ne di prendere decisioni. Quindi viene meno il primo principio dell’autonomia ossia garantire maggior democraticità.

In seconda istanza si abbandona progressivamente il criterio della spesa storica nella ripartizione dei fondi agli enti locali e si inizia a riferirsi a fabbisogni standard parametrati sul gettito fiscale regionale. Ciò significa che non saranno più garantite eguali prestazioni a tutti i cittadini ma si sancirà il diritto delle regione più “produttive” a dare servizi migliori e l’obbligo per le regioni meno virtuose si offrire prestazione più scadenti. Ricordando che oltre alle materie di storica competenza regionale come la sanità, il diritto allo studio e i trasporti la trattativa verte su materie di storica competenza statale come l’istruzione e l’università, le opere d’arte, la gestione di autostrade e aeroporti.

A fianco a questo provvedimento i regolamenti del reddito di cittadinanza che prevedono l’obbligo di accettare qualsiasi proposta di lavoro in Italia alla terza offerta porteranno a unennesimo impoverimento dei territori del sud italia ma anche da quei territori “periferici” del Nord Italia che non potranno competere in termini di competitività e di numeri dei posti di lavoro rispetto a Lombardia Veneto e Emilia Romagna che da sole costituiscono il 40% del Pil Italiano.

In questo quadro molto sconfortante, soprattutto per l’assenza di discussione pubblica, analizziamo anche i dati della Liguria, che seppur a livello formale si classifica come regione del nord e quindi di primo acchito non dovrebbe essere tra le regione più penalizzate i dati statistici ci indicano una realtà ben diversa con un tessuto industriale in forte crisi, servizi al collasso e nessuna reale politica di sviluppo in campo.

Nello specifico Genova ha perso oltre 7mila occupati negli anni peggiori della crisi e le vicende dell’Ilva, della Piaggio, di Ericsson o di Carige sono lì a ricordare come è sempre possibile scendere ancora di qualche gradino. E le nuove assunzioni rimandano quasi esclusivamente ad occupazioni a tempo determinato o sono riferite ad ambiti stagionali. In Liguria il rischio povertà è aumentato dal 21,3% al 23,9% dal 2007 al 2016, in particolare il tasso di mancata partecipazione al lavoro (una percentuale che alla disoccupazione aggiunge le persone inattive ma che sarebbero disposte a lavorare) è cresciuto dal 9,3 del 2007 al 15,1% del 2016. Questi dati ci confermano come il mito della regione del nord che quindi gode di ampi benefici economici e di relativo benessere sia totalmente falso. Se Genova e la Liguria sono al bivio il progetto di autonomia differenziale non può far che discendere una china ancora più negativa.