Niccolò Iurilli


Sep 29, 2017

Cosa nasconde la dottrina Minniti

Per affrontare il problema dell’immigrazione, è necessaria una conoscenza precisa di quanto accade, per evitare di affidarsi a slogan che nulla risolvono e, anzi, danneggiano la società.

Due giovani ricercatori stranieri hanno pubblicato sul Washington Post uno studio sulla Libia, in cui evidenziano asetticamente le falle geopolitiche della strategia italiana ed europea. Dobbiamo riflettere su quanto stiamo facendo sul piano internazionale.

Ha senso impiegare così tante risorse economiche per non vedere in Italia i migranti, finanziando però enti parastatali e paramilitari?

Possiamo fare di più nelle nostre comunità - partendo dalla dimensione locale - per cambiare questa situazione, promuovendo un programma di solidarietà e inclusione che investa nei territori in declino come Genova, città sempre più vecchia?

Dal Washington Post del 26/09/2017

L’Italia sostiene di aver trovato una soluzione al problema dei migranti. Ecco perché si sbaglia.

I mari al largo della Libia occidentale sono stati tranquilli dalla fine di luglio. Prima brulicavano di imbarcazioni di scafisti caricate eccessivamente con migranti, soprattutto africani subsahariani diretti in Europa. Da 23000 migranti al mese, il flusso di arrivi è rallentato.

I migranti si stanno accumulando sulla costa libica e molti sono incarcerati in circostanze oscure. Il loro movimento è stato ostacolato da milizie, che si sono rivoltate contro il flusso di migranti diretto a nord di cui una volta approfittavano. Nel cuore del deserto del sud, gruppi paramilitari emergenti hanno compreso il senso di chiudere la frontiera con Niger e Ciad ai migranti diretti a nord – tentando di pattugliare aree che nessuno dei tre governi rivali della Libia ha mai reso sicure.

Ciò che motiva il recente fervore delle milizie libiche nel blocco dei movimenti migratori è una nuova politica capeggiata dal governo italiano e abbracciata dall’Unione Europea. L’approccio consiste in un pagamento alle milizie che vogliono agire come forze deterrenti verso i migranti. I rappresentanti del governo italiano utilizzano intermediari come sindaci e altri capi locali per negoziare i termini degli accordi con i gruppi armati. Inoltre, costruisce un supporto locale distribuendo aiuti umanitari nelle zone individuate.

Ci sono due modi per ricompensare le milizie. Il primo: vari rapporti registrano donazioni dirette di contanti. Il secondo: un flusso di denaro - più politicamente significativo - che passa attraverso il Governo di Unità Nazionale di Tripoli (GNA in sigla inglese). L’UE è un grande sostenitore del GNA, e Roma è apparentemente nella posizione di stanziare alcuni fondi per le entità che vuole ricompensare. Questo processo ufficiale permette a Roma di sostenere che non remunera direttamente le milizie e il GNA per affermare di aver fermato il flusso di migranti.

L’immigrazione è risultata uno dei temi più sentiti politicamente in Europa negli ultimi anni. Dal 2014, 1,7 milioni di migranti irregolari sono giunti nel continente. In questo contesto, l’UE ha cercato di deviare l’immigrazione, incentivando i Paesi vicini a fermare il flusso di migranti offrendo a questi Stati aiuti economici e concessioni politiche.

A questo scopo, nel 2016, l’UE ha concluso un accordo con la Turchia, che ha ridotto significativamente il flusso di partenze. Quindi, l’attenzione dell’UE si è rivolta alla Libia, con l’obiettivo di ripetere il “buon affare” con la Libia. In ogni caso, gli sforzi per chiudere il corridoio migratorio – oggi il primo verso l’UE – sono stati impediti dalla frantumazione del panorama politico e della sicurezza della Libia. Come è diventato chiaro che la maggior parte dei migranti arrivi e sosti in Italia, l’UE ha iniziato a seguire l’approccio italiano.

Nonostante un piccolo successo tattico, la politica dell’Unione allontana ulteriormente l’obiettivo di una Libia stabile e unita, per tre motivi.

Questa politica accresce il potere dei gruppi armati non statali

Lo schema pagali-per-fermarli ha introdotto un nuovo modo per i gruppi armati amorali e incontrollati per continuare ad avere una rendita dall’intensa crisi migratoria. In precedenza, migranti e trafficanti pagavano alle milizie una tassa per andare in Europa. Ora l’UE, coordinata dall’Italia, paga effettivamente una tassa agli stessi gruppi per trattenere i migranti. I pagamenti offrono anche alle milizie un imprimatur di legittimazione. Ciò rende più facile per i potenti locali costruire un capitale politico continuando ad accumulare profitti. E se i fondi venissero bloccati, le formazioni armate possono riprendere le attività e tassare il traffico migratorio in ogni momento.

Il ministro dell’interno libico sostiene che questa politica supporta una “conversione” delle milizie in attività economiche legittimate. Una cosa fantasiosa. I comandanti delle milizie e i loro guerriglieri hanno il margine d’azione per impegnarsi in altri aspetti dell’economia di guerra libica – inclusi il traffico di carburante e altri beni.

Nel 2015, l’Eni ha assunto milizie nella Libia occidentale per proteggere gli impianti petroliferi. Le milizie hanno accettato con piacere la missione, pur continuando ad approfittare del traffico di esseri umani. Questo evidenzia che acquistare servizi dalle milizie non le “converte” o riforma. Il reddito aggiuntivo le rende solamente più forti. 

Questa politica blocca gli sforzi per costruire un apparato della sicurezza credibile nel breve termine

Come risultato dell’accordo promosso dall’Italia, le milizie libiche sono ora considerate parte delle forze dell’ordine ufficiali del GNA. Questo è un caso da manuale della sicurezza ibrida; un governo debole sostiene di aver cooptato milizie indipendenti dietro un’offerta di denaro. I gruppi armati in questa situazione continuano a seguire la loro agenda e ad evitare un compromesso politico.

La Libia è già profondamente difettosa nel settore della sicurezza. L’8% delle guardie di frontiera provengono da milizie. Il legame tra queste guardie e le milizie e il loro coinvolgimento in affari illeciti danneggia le forze dell’ordine. In alcune interviste, gli ufficiali libici sottolineano che uno dei più grandi problemi consiste nel come trattare e professionalizzare queste forze ibride affinché diventino genuinamente integrate. L’azione italiana ritarda il processo di integrazione, perché ricompensa le milizie senza prima scorporarle e rimescolarle.

La strategia italiana può produrre un conflitto

I tanti attori armati non ancora inclusi in questi accordi difficilmente restano inattivi vedendo i vantaggi dei loro nemici. Qualcuno cercherà di prendere il controllo dei territori resi vantaggiosi da questa situazione. Altri improvviseranno percorsi migratori alternativi. Oppure le milizie si frammenteranno quando i guerriglieri ripudieranno gli affari dei loro capi. I violenti scontri nella città di Sabrata a metà settembre sono un esempio.

Inoltre, le fazioni allineate con il comandante delle Forze Armate Libiche Haftar, oppositore del GNA, saranno tentate di intervenire con la forza per contrastare la legittimazione del rivale derivante dalla strategia migratoria europea. Ci si aspetta pertanto un violento effetto domino attraverso la Libia ad ovest e oltre.

Al momento, i flussi migratori dalla Libia sono diminuiti. Comunque, i corridoi migratori sono sempre stati un simbolo di una fragilità che è la vera situazione di crisi in Libia. L’UE, anziché migliorare questa situazione, sacrifica il rafforzamento istituzionale per pura convenienza.

Concentrare il potere in più attori mina lo sviluppo delle forze di sicurezza istituzionali. In poche parole, indebolisce uno Stato già debole. Qualsiasi approccio che preferisca guadagni nel breve termine contro le migrazioni diminuendo gli sforzi per stabilizzare la Libia è un rischio strategico che ricade nel lungo periodo.

Jalel Harchaoui, ricercatore presso il Dipartimento di Geopolitica dell’Università di Parigi VIII; Matthew Herbert, ricercatore presso la Fletcher School of Law and Diplomacy nella Tufts University

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