Diseguaglianze al tempo del coronavirus

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Diseguaglianze al tempo del coronavirus

L’emergenza e la quarantena rischiano di rendere ancora più soli tanti nostri concittadini e di allargare ancora di più le disuguaglianze che ci separano.

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Diseguaglianze e coronavirus: la condizione anziana

- Paolo Giovannini Università di Firenze

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Diseguaglianze al tempo del coronavirus

L’emergenza e la quarantena rischiano di rendere ancora più soli tanti nostri concittadini e di allargare ancora di più le disuguaglianze che ci separano.

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Con grande tempestività, nel pieno di questa nuova e terribile minaccia, i ricercatori del Centro Studi di Genova che osa sottopongono alla città e alla politica un’analisi dei problemi che si producono a Genova – come altrove, certo, ma qui con alcune caratteristiche distintive. Come è tradizione di questo gruppo di ricercatori, è sul tema della disuguaglianza sociale che si concentra il loro dossier. Le risultanze di questo lavoro, sorretto da dati empirici di grande interesse, sollevano a loro volta problemi e interrogativi sui quali vorrei avanzare qualche riflessione relativamente ad aspetti che potrebbero essere di utile riferimento per loro future ricerche.

La pandemia, in contrasto con il suo senso semantico, presenta specifiche relazioni con i luoghi concreti in cui si sviluppa. Questo comporta, prima osservazione, che sono sicuramente utili le misure prese da istituzioni nazionali e internazionali sia per contrastarne la diffusione sia per contenerne le ricadute negative, ma che ad esse andrebbero affiancati interventi specifici località per località perché – per rimanere all’Italia – Bergamo non è Genova, come non è Santa Maria di Leuca o Napoli. L’Italia è un paese con profonde differenze tra i suoi territori, di carattere oggettivo (ad es. caratteristiche della popolazione, tipo di attività produttive, livello di benessere, standard educativi, ecc.) come di altrettanto importanti caratteri sociali e culturali (abitudini di vita, cultura locale, valori politici o religiosi, ecc.).

Facciamo il caso di Genova. Una città in ormai pluridecennale declino demografico, con una relativa rarefazione della popolazione (vedi le cifre sulle case sfitte); una composizione per classi di età che vede primeggiare la componente anziana; una dislocazione per quartieri segnati da profonde disuguaglianze sociali; un profilo culturale più orientato alla conservazione che al cambiamento; e così via. Cosa comportano queste specificità locali?

Tratterò brevemente il punto da una sola angolazione, quella degli anziani, che a me pare la categoria più critica e insieme più rappresentativa della realtà sociale di Genova. Qui sono da considerare aspetti quantitativi e qualitativi. Per i primi, c’è un problema di risorse straordinarie per far fronte ai variegati bisogni di assistenza materiale di questa così anormalmente numerosa componente della popolazione. Il secondo aspetto, qualitativo, è forse ancora più importante. Perché il coronavirus è altamente contagioso e quindi costringe gli anziani, più a rischio più procede l’età, a una solitudine vissuta malissimo. Quando si ammalano, le loro famiglie si fanno obbligatoriamente assenti, per diminuire i rischi di contagio: un’assenza che si prolunga drammaticamente, e dolorosamente, persino nei momenti estremi della vita, nei casi non rari di un esito infausto della malattia. Viene così a mancare quel supporto, la famiglia, che in Italia ha sempre provveduto alla cura dei propri anziani, surrogando un’azione di welfare praticamente nulla per questo rispetto. L’attuale crisi drammatizza il problema, che richiederebbe con assoluta urgenza di seguire l’esempio di altri paesi dove da tempo operano anche in situazioni di normalità servizi pubblici e di volontariato con personale professionalmente preparato a far fronte alle difficoltà fisiche, psicologiche, di relazione sociale e di altro tipo di questa qui cruciale componente della popolazione. L’evento epidemiologico, improvviso e inaspettato, ha dato chiarezza alla fragilità della condizione anziana, il rischio non è più generico ma concreto e ossessivamente riecheggiato dai media di ogni specie. La solitudine accentua la paura, allarga la gamma dei bisogni, ne accentua l’intensità. E’ una condizione esistenziale che accomuna tutti gli anziani, che avvertono come il nuovo pericolo sia una concreta e più grave minaccia a quella già precaria sopravvivenza che caratterizza l’ultima fase della vita. In realtà, anche qui le disuguaglianze sociali si fanno sentire. Come si desume dalla ricerca di Gaggero e Azzolini, è in atto a Genova non da oggi un processo di ghettizzazione che tende a distribuire la popolazione nei diversi quartieri secondo criteri di stratificazione sociale. Alcune sono ghettizzazioni relativamente di lusso (Manin e Nervi ad esempio), altre (Borgoratti e il Campasso ad esempio) segnate invece da precarietà sociale ed economica, dove si sommano disuguaglianze e fragilità (o vulnerabilità, come le definisce pudicamente l’Unione Europea) cui nessuno in questo nuovo catastrofico scenario cerca di far decentemente fronte. Solo il denaro, nei quartieri più agiati, rende meno drammatica la situazione degli anziani, per i piccoli servizi materiali e immateriali che possono acquistare e per la probabile più alta capacità di vivere la solitudine di chi, più privilegiato, ha potuto acquisire nella vita abitudini e strumentazioni che la rendono più sopportabile.

Nell’età di coronavirus, come scrivono i due ricercatori, si fa ancora più netto il processo di nascondimento delle disuguaglianze sociali che ha sempre caratterizzato le città di tutto il mondo. Genova non fa eccezione. I quartieri sono luoghi di ghettizzazione di basso come di alto livello. Le relazioni sociali, come è nella logica di società divise in ceti, si svolgono prevalentemente dentro il proprio quartiere. Oggi poi, quel poco di interazione che è ancora consentito deve obbligatoriamente mantenersi dentro i suoi confini. Lo scenario si fa rapidamente deserto, le persone si ritirano nella propria solitudine, nascondendo la propria diversità e i propri piccoli o grandi privilegi dentro le mura dell’abitazione. Le disuguaglianze si fanno invisibili, come si legge nel dossier: rimangono a parlare, muti testimoni di una città diseguale, le case gradevoli e il verde dei quartieri alti contro l’affastellato e sgradevole disordine urbanistico dei quartieri bassi.

Molti oggi argomentano che l’epidemia ci pone di fronte a un processo di forzata omologazione sociale data la comune condizione di persone ugualmente esposte al coronavirus e dunque alla malattia e alla morte. In realtà, se si salgono le scale di qualche abitazione e ci si introduce nelle stanze dove giovani, meno giovani e anziani vivono come possono le loro solitudini, le differenze sociali tornano a balzare agli occhi. E non tanto per la diversificata situazione abitativa dei vari quartieri quanto perché in quelle case le risorse a disposizione, nella loro quantità e qualità, ci segnalano l’esistenza di altre divisioni sociali, per età, sesso, generazione. Non approfondisco il punto nella sua totalità, che porterebbe lontano. Mi fermo solo su un aspetto, a mio parere particolarmente rilevante per l’argomento che stiamo trattando: quello delle differenze tra chi dispone delle strumentazioni tecnologiche per la comunicazione e l’intrattenimento, perché può permettersele e perché possiede le competenze per usarle, e chi invece ne è privo. Queste disparità, di chiara matrice sociale (vedi l’ormai amplissima letteratura sul Digital Divide), le ritroviamo non solo a livello cittadino, ma anche nel microcosmo delle abitazioni, con aspetti rilevanti anche in situazioni di normalità, ma che oggi, sotto la minaccia di una terribile epidemia che costringe alla reclusione, diventano importanti perché possono consentire l’accesso a informazioni e servizi via telematica di sicura utilità in questi frangenti sia rendere meno deprimente, a chi ce l’ha e ne sa disporre, l’esperienza della solitudine. Chi non ce l’ha, come molti anziani, si trova privato dei suoi tradizionali momenti di socialità nel bar o nel circolo del quartiere, e non ha nulla che li sostituisca. La sua condizione fisica, sociale e culturale lo esclude da molte cose, ma anche da questo mondo della comunicazione, con le sue comunità virtuali, i suoi blog, i colloqui via video con amici e parenti, e le altre mille opportunità che permettono ad altri anziani più privilegiati di occupare il tempo della solitudine. Siamo davanti, dolorosamente, a una nuova disuguaglianza sociale che non si sostituisce ma si assomma ad altre.

Per chiudere. La diffusione del coronavirus sta creando, a Genova più che altrove, ai suoi quartieri, alla sua popolazione, una serie di problemi non facili da affrontare. Credo però, per le ragioni brevemente descritte, che agli anziani, specialmente quando più precarie sono le loro condizioni di vita materiali e immateriali, andrebbe prestata un’attenzione tutta particolare. Nella battaglia contro il virus sono oggettivamente la nostra avanguardia: con molti caduti, come tutte le avanguardie. Se la rendiamo più forte, saremo più forti.




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