Diseguaglianze al tempo del coronavirus

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Diseguaglianze al tempo del coronavirus

L’emergenza e la quarantena rischiano di rendere ancora più soli tanti nostri concittadini e di allargare ancora di più le disuguaglianze che ci separano.

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Diseguaglianze e coronavirus: una città in frammenti

- Agostino Petrillo sociologo

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Diseguaglianze al tempo del coronavirus

L’emergenza e la quarantena rischiano di rendere ancora più soli tanti nostri concittadini e di allargare ancora di più le disuguaglianze che ci separano.

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Introduzione: un concetto di disuguaglianza

Come è noto molte e diverse tra loro sono le dimensioni della disuguaglianza sociale.

La sociologia ne ha esplorate parecchie, sia in chiave di ricostruzione storica dell’andamento della disuguaglianza attraverso le epoche e del suo perdurare in forme diverse, come fa per esempio un bel libro recente di Walter Scheidel,[1] sia soffermandosi più specificamente sulla crescita della disuguaglianza nel mondo contemporaneo, come ha fatto Thomas Piketty.[2]

Proprio per la molteplicità di aspetti e per la complessità delle implicazioni non è sempre stato facile trovare un concetto unificante di disuguaglianza. Distinzioni importanti, per quanto discusse, sono state introdotte quali quelle tra disuguaglianza relativa e disuguaglianza assoluta, o tra sue  forme “orizzontali” e “verticali”,  e sono indubbiamente servite per meglio circoscrivere l’ambito delle questioni che essa implica. Anche  se un lungo e mai concluso dibattito ha continuato ad infuriare intorno al concetto stesso. Semplificando al massimo la discussione potremmo dire che con “diseguaglianza sociale” si indica in sociologia una condizione in cui i “beni” che sono considerati “di valore”, ricercati e desiderabili in una determinata società, non sono ripartiti in maniera eguale.[3]

In genere la disuguaglianza è stata esplorata sotto il profilo di numerosi indicatori: a partire da quelli più strettamente economici come il reddito fino all’accesso ai servizi e ai trasporti, o alle chances di realizzazione personale, a quelle che Amartya Sen chiama le capabilities.[4] Se ne potrebbero individuare anche altri, che vanno per esempio al di là del titolo di studio conseguito, ma investono come ci dice Pierre Bourdieu  il capitale culturale delle famiglie di origine,[5] o weberianamente la posizione lavorativa, il prestigio professionale di cui si gode, l’appartenenza o meno a strutture politiche o a sindacati.

Già da questi pochi accenni si possono intuire le difficoltà che scaturiscono dai tentativi di contestualizzare le forme storicamente assunte dalla disuguaglianza. Nelle società avanzate si è cercato di darne conto illustrando le connessioni intercorrenti tra la nozione generale di disuguaglianza sociale e alcune sue specifiche manifestazioni: la triade povertà, salute e abitazioni.[6]

Rari però sono stati i tentativi di “spazializzare” la questione, di individuare con chiarezza le forme spaziali e territoriali che la disuguaglianza assume, cogliendo dei nessi chiari tra collocazione nell’ambito della città, differenti livelli di vita e di accesso ai beni “di valore”. Solo negli ultimi anni sono emersi concetti come quello di “periferizzazione” introdotto dal sociologo tedesco Reinhard Kreckel che provano a coniugare la dimensione sociale e quella spaziale della disuguaglianza. [7]

 

Il dossier “Genova al tempo del coronavirus”

Questa prolissa premessa è indispensabile per capire il senso e il valore del dossier di Genova Osa che porta questo titolo, che si muove appunto nella direzione di un’analisi spaziale della disuguaglianza, e in cui la città viene analizzata per macro-aree, per “quartieri” alla luce di alcuni indicatori classici. Appunto alcuni, dato che il campo degli indicatori utilizzati avrebbe certamente potuto essere più vasto, ma si tratta certo di uno stimolo a un approfondimento ulteriore, che guardi per esempio alle differenti modalità di accesso ai servizi, alla loro distribuzione sul territorio, ai trasporti e alla loro strutturazione e in generale  al welfare, o alla questione dell’impiego facendo emergere chi ha un posto di lavoro a tempo indeterminato e chi è precario. Sono certo dati che è meno facile recuperare e analizzare, ma è sicuramente  possibile oltre che auspicabile procedere nella direzione dischiusa dal dossier. In ogni caso vengono toccati diversi punti importanti: situazione demografica, rapporto tra reddito e dimensioni dell’abitazione occupata, valore dell’abitazione stessa, crescita del rischio di povertà, tasso di scolarizzazione.

Una città in frammenti

La fotografia della città che emerge dal lavoro conferma con una rilevante mole di dati quanto intuitivamente da alcuni anni si cominciava a intravedere, e va a integrare interessanti dossier precedenti, che hanno già esplorato altri aspetti, quali per esempio la distribuzione dei migranti in città, ma al contempo mette bene in evidenza anche aspetti sinora sottovalutati.

Partiamo da quello che già si sapeva: la composizione demografica della città: città di anziani, con una composizione di quasi tre over 65 per ogni giovane, di famiglie unipersonali che rappresentano oltre il 40% delle famiglie trasversalmente, in quasi tutte le zone considerate, e in cui si fanno sempre meno figli e cresce la distanza intergenerazionale.  La crisi giovanile si manifesta sia con una prolungata permanenza in casa, sia con l’emigrazione all’estero, che interessa in particolare chi dispone di un capitale umano/culturale rilevante. Altro dato che colpisce è quello della partecipazione culturale, diventata sempre meno rilevante. D’altro canto in una città in cui cresce il numero dei NEET, dei giovani che non lavorano e non studiano, non ci si poteva attendere molto di diverso. Il dato inoltre sottolinea una trasformazione storica: Genova è sempre stata una città in cui le famiglie investivano nell’istruzione e nella cultura.[8] Oggi in un contesto nazionale di mobilità sociale bloccata, in cui l’istruzione sembra pagare sempre meno le famiglie a reddito più basso scelgono di non fare proseguire gli studi ai figli. In maniera meno evidente sono in ogni caso tendenze che si riscontrano anche a livello nazionale, in cui si sconta da tempo un progressivo calo di iscrizioni all’università.[9]

L’analisi proposta da Genova Osa si sofferma poi sulle differenze di reddito, che certo restituiscono in dettaglio il quadro di una città storicamente divisa, e a questo proposito è interessante notare che, come ci dicono statistiche recenti, a Genova aumentano parallelamente sia l’indebitamento delle famiglie (principalmente mutui-casa) che i depositi bancari.[10]  Una parte delle famiglie si indebita, un’altra si arricchisce e accumula. Sotto questo profilo più che alle differenze di reddito sarebbe interessante guardare alle differenze tra i patrimoni che caratterizzano le diverse zone. L’impressione che però si ricava dai dati è che più che di una divisione netta in due parti, di un prolungamento nel tempo delle situazioni  e delle condizioni di quella che fu la città divisa, si possa parlare di un vero e proprio processo di  diversificazione locale, di una sorta di frammentazione. Le zone prese in considerazione presentano infatti tratti che è difficile ricondurre unicamente a un modello duale.

Altro dato impressionante che complessifica il quadro è quello dell’abitazione: un moltiplicarsi senza precedenti degli appartamenti vuoti e di quelli occupati da una sola persona, spesso in età avanzata, il che prospetta una sorta di progressiva desertificazione di alcune parti della città, e suggerisce un  prossimo futuro urbano caratterizzato da un ulteriore accentuarsi degli squilibri socio-spaziai già esistenti.

Ma entrano in gioco  anche tutta una serie di altri fattori, che vanno al di là del dato statistico.

In  alcuni miei lavori recenti ho molto sinteticamente provato a ricostruito la complessità di Genova sotto il profilo della sua strutturazione spaziale e della sua peculiare storia amministrativa, segnalando le difficoltà che scaturiscono da un tentativo di leggerne gli sviluppi degli ultimi decenni in modo lineare.[11] L’apparente continuità maschera discontinuità radicali che si sono venute a creare. Ci troviamo qui di fronte all’emergere di una città in cui venuti meno i vecchi collanti, il lavoro e l’industria, le in mancanza di una progettualità nuova in grado di interessare tutto il territorio metropolitano, pare che le disjecta membra siano pronte ad andarsene per i fatti loro. Una periferia nata per “intarsi” come l’ha definita efficacemente Andrea Vergano[12], che si scolla, si decompone dall’essere città, lasciando il posto a territori “orfani” di una centralità chiaramente individuata,[13] strutturati in maniera confusa, in cui riaffiorano le vecchie realtà locali. Nei “quartieri morti” come li chiama efficacemente Giuliano Carlini, nelle zone benestanti in prossimità del mare si consumano patrimoni accumulati in epoche precedenti, mentre nelle zone del maggior disagio, tra il ponente e la Valpolcevera c’è il ristagno e le poche attività esistenti e ci parlano di un mediocre bricolage urbano sorto sull'assenza di un progetto di più ampio respiro, e la nascita di zone sempre più isolate che non rivestono più alcun interesse.[14]

 

Il virus…e dopo.

In un panorama già segnato da queste coordinate la ulteriore cesura storica introdotta dal virus rischia di rappresentare un ulteriore passo verso la separazione, verso una autonomizzazione in negativo di parti importanti di città. Autonomizzazione in negativo che nasce appunto da una mancanza di progettualità condivisa. Rimango convinto del fatto che anche in una prospettiva di futuro policentrismo sia necessaria comunque una idea di città, una idea non necessariamente “centralista”, ma che prenda le mosse da un progetto comune, che nasce al crocevia dove si incontrano politica, intelligenza tecnico-scientifica e cittadinanza attiva. La ricostruzione della città, se mai ci sarà deve partire dal basso, attingere alle forze  dell’associazionismo e del collettivo che in queste disjecta membra di quella che fu la “Grande Genova” ancora esistono e tenacemente si riproducono.

Forse va ricordato che disuguaglianza non è necessariamente sinonimo di “ingiustizia”. Condizioni di disuguaglianza anche più radicali di quelle descritte nel dossier possono protrarsi indefinitamente nel tempo, e apparire “normali”, ove manchi la capacità di iniziativa politica che è la sola a poterle mutare. Un miglioramento delle condizioni attuali e lo schiudersi di un universo nuovo di possibilità e di “buona vita” per chi ne è per ora escluso implicano una scelta consapevole, e una presa di posizione che permetta di andare oltre la mera descrizione di condizioni di inuguaglianza. Naturalmente questa non è più sociologia…è politica.

 


[1] W. Scheidel, La grande livellatrice. Violenza e disuguaglianza dalla preistoria a oggi, Il Mulino, Bologna 2019.

[2] T. Piketty, Il Capitale nel XXI secolo,  Bompiani, Milano 2014.

[3] S. Hradil, Soziale Ungleichheit in Deutschland, Leske+Budrich, Opladen 1999, p. 25.

[4] A. Sen, La diseguaglianza. Un riesame critico, Il Mulino, Bologna 2000.

[5] P. Bourdieu, J.-C. Passeron, La reproduction. Eléments pour une théorie du système d'enseignement, Minuit, Paris, 1970.

[6] A. Brandolini, C. Saraceno, A. Schizzerotto (a cura di), Dimensioni della disuguaglianza in Italia: povertà, salute abitazione, Il Mulino, Bologna 2009.

[7] Per un approfondimento sul tema rinvio a A. Petrillo, La periferia nuova. Disuguaglianza, spazi, città, FrancoAngeli Milano 2018.

[8] Lo ricorda M. Palumbo, Le disuguaglianze a Genova tra radicamento e trasformazioni, in S. Poli, S. Tringale (a cura di) Genova: oltre la città divisa, Genoa University Press, Genova 2019, pp. 13-22.

[9] Cfr. i dati riportati dal Sole 24 ore del 7 Gennaio 2020. Ma iva in questa direzione  anche il report finale della ricerca Teen’s voice: i giovani tra passato presente e futuro, condotta dal Dipartimento di Psicologia dei Processi di sviluppo e socializzazione della Università di Roma.

[10] Cfr. Banca D’Italia, Economie Regionali: Genova, Report Giugno 2019, pp. 11-13.

[11] A. Petrillo, Genova, città senza periferie? Riflessioni su di un vecchio dibattito, In S. Poli, S. Tringale (a cura di), Genova: oltre la città divisa, op.cit.; A. Petrillo, Genova: un ponte per?, in E. Piccardo (a cura di) Genova, il crollo della modernità, Manifestolibri, Roma 2020.

[12]  A. Vergano, La costruzione della periferia. La città pubblica a Genova 1950-1980, Gangemi Editore, Roma 2015.

[13] Rinvio a un mio lavoro in corso di pubblicazione, A. Petrillo. La Valpolcevera. Storia e genealogia di un territorio “orfano”.

[14] Uso il concetto di zona nel senso che gli attribuisce V. Borghi, Naufragi e spettatori. Su margini spazi e rappresentazioni, in «Rassegna Italiana di Sociologia», n. 4, 2017, pp. 919-928.




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