Diseguaglianze al tempo del coronavirus

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Diseguaglianze al tempo del coronavirus

L’emergenza e la quarantena rischiano di rendere ancora più soli tanti nostri concittadini e di allargare ancora di più le disuguaglianze che ci separano.

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Diseguaglianze e coronavirus: la cultura dei quartieri

- Giuliano Carlini sociologo

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Diseguaglianze al tempo del coronavirus

L’emergenza e la quarantena rischiano di rendere ancora più soli tanti nostri concittadini e di allargare ancora di più le disuguaglianze che ci separano.

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L’ottimo lavoro testimoniato dal contenuto del dossier realizzato da “Genova che osa” non pretende di esaurire l’insieme dei problemi che la descrizione, pur puntuale e intelligente, delle situazioni sottende.

Per antica, e perversa, pratica di ricerca ho cercato di capire per decenni che cosa stava succedendo nelle diverse aree della città indicate normalmente, ma forse impropriamente, come quartieri.

Il dossier disegna una mappa precisa, e impietosa, della situazione ed indica esplicitamente alcuni nodi problematici riferibili a fattori o processi in atto.

Il primo, noto da tempo ma qui ricostruito in dettaglio, che la città non solo è in costante contrazione demografica (come non ricordare i lavori di Paolo Arvati  che hanno segnato  un trentennio, pur nella generale   disattenzione), ma invecchia senza rimedio  accompagnando questo fenomeno, non molto rassicurante per sua parte, con una altrettanto significativa crescita dei nuclei unifamiliari , e non consola il fatto che la loro crescita sia abbastanza equamente distribuita su tutto il territorio cittadino.

Che buona parte di queste famiglie di soli riguardi probabilmente, anche se non solo, persone anziane complica non poco le cose in tempi di corona virus, come ci ha ben ricordato Paolo Giovannini nel suo commento.

Sembra tuttavia importante sottolineare anche altri elementi che emergono dai dati. Intanto sarebbe interessante tornare a riflettere sulla realtà rappresentata dal termine ricorrente di quartiere che farebbe pensare a Genova come a un mosaico di aree di insediamento, e di vita, differenziate le une dalle altre ma sostanzialmente omogenee al loro interno. Insomma l’immagine che abbiamo condivisa fin dagli anni verdi: i quartieri generati dalla prima fase, impetuosa, di industrializzazione e riconfermati nella loro composizione sociale, e politica, nel secondo dopoguerra, i quartieri operai caratterizzati da una vita intensa con elementi di confronto e di conflitto, ma sostanzialmente integrati e a forte identità sociale oltre che culturale e politica.

Altri figli di una storia in parte  diversa, e forse con più legami con la storia non recentissima della Superba, riflesso di un mondo ricco prodotto dalla dimestichezza agli scambi e capace di adattarsi al mutamento delle situazioni del paese e della sua collocazione nel mondo: i quartieri alti, non solo per collocazione fisica, sedi di centri di elaborazione delle strategie importanti per tutto l’insieme della città ma abitati da persone che ben condividono con tutti gli altri cittadini gli assunti culturali più importanti.

Queste immagini continuano ad essere a tratti evocate ma, da almeno mezzo secolo, sono andate  sfocandosi e servono solo a nascondere realtà ben diverse: la deindustrializzazione ha trasformato in pochi lustri il tessuto sociale che nasceva dall’ intreccio dei momenti di lavoro con i momenti di riposo e di pausa in ambienti vicini di  insiemi di persone ( organizzate in famiglie non più così  stabili, gruppi legati da  lavoro sempre più diversificato per tempo e per spazio non più i grado di  condividere ragionevoli visioni di futuro comune)  che continuavano a vivere in prossimità ma senza avere più legami sociali strutturati su  progetti condivisibili, sia nelle cadenze del quotidiano sia nel lungo periodo. La dissociazione da pratiche e futuri da costruire insieme che hanno finito per svuotare di senso anche l’associarsi per partecipare una comune visione del mondo e costruire un’idea di condotta politica desunta da interessi e appartenenze condivisi da mediare con altri, coabitanti gli stessi spazi ma in contrasto su diversi interessi, nello sforzo di mantenere insieme una comunità non solo territoriale.

Le ragioni dello stare insieme, non più motivate dal lavoro per produrre, diventano momenti di consumo comune nelle nuove aree dedicate al commercio di massa e occasioni labili per scambiare opinioni, sulla scorta del profluvio di informazioni diffuse da emittenti nazionali e locali, impegnate soprattutto quest’ultime a costruire a loro volta nuove immagini virtuali dell’ambiente circostante.

 Nasce e si rafforza una nuova cultura costruita su conoscenze non più tratte dal vissuto quotidiano, con tutti i limiti che anche questo tipo d’interpretazione aveva, ma sul racconto fluido e convincente dell’informazione indotta. La convivenza reale viene ridotta da nuove forme di impegno che sempre più spesso allontanano nello spazio prima ma poi anche nei tempi. La vita di relazione lascia i luoghi condivisi per trasferirsi sui media condivisi. La prossimità fisica viene sostituita dalla prossimità virtuale molto prima del diffondersi della pandemia.

Le forme dello stare insieme, costitutive della realtà di quartiere, mutano nella forma e nella sostanza in quasi tutte le circostanze e tendono a diventare sporadiche o a tramutarsi in momenti programmati e necessitati che hanno tempi, orari e spazi obbligati. Cosi il vivere insieme nello stesso luogo diventa l’abitare nella stessa area più perché il mercato delle abitazioni lo consente, o lo impone, perché si hanno veramente cose, lavori e idee da condividere con chi abita accanto.

 Tutto questo ha anche eroso alla fine i luoghi e i modi del fare e condividere cultura, le sedi dell’incontro di tutti diventano sempre più quelle della riunione dei pochi che escludono piuttosto che dei molti che includono, e tendono ad essere luoghi dove si tessono le trame diverse da quelle complicate del tessuto sociale, composito e solidale insieme, proprio di tempi ormai trascorsi.  È la vicenda dei circoli di cultura sociale e politica che si fanno rarefatti nel numero, nella frequentazione, nella creazione di ragioni di confronto e di scambio, a dispetto dell’impegno dei pochi che resistono sempre più soli e isolati.

Insomma la società dell’informazione tende a creare reti labili piuttosto che insiemi di persone coesi, inclusivi e stabili; ci si incontra e cisi ammassa solo in situazioni speciali: negli eventi appunto. Stare insieme nello stesso posto non significa necessariamente incontrarsi, riconoscersi, spartire cose da fare insieme o sogni da provare a realizzare.

Forse  lo scenario evocato è poco agevole da accettare e senza dubbio parziale  ma cerca di  raccontare in immagine quello che i numeri esprimono e occorre accettare l’esistenza di questi aspetti della realtà dei quartieri facendo finalmente i conti con le trasformazioni in parte irreversibili, ma forse solo in parte, indotte dai processi di globalizzazione che hanno mutato radicalmente non solo il nostro rapporto con le cose, ma anche i nostri modi di vivere e di pensare in misura variabile ma certa. Siamo in molti comunque nella città e nel mondo e questo ci conforta a proseguire le nostre farneticazioni.

Intanto le differenze culturali sono solo in parte ridottissima segnate dai dati sull’istruzione che tendono a dar conto del livello certificato (media, superiore, università), ma non delle competenze effettive utilizzabili per far fronte alle diverse situazioni anche di conoscenza che si pongono nella realtà contingente, a meno che non s’ intenda con Manuel Castells l’istruzione come “ il processo attraverso cui le persone…acquisiscono la capacità di ridefinire continuamente le competenze necessarie a svolgere un determinato compito e di accedere alle fonti di apprendimento di tali competenze”, e anche in questo caso siamo ancora lontani dalla definizione di un livello culturale soddisfacente nei confronti di ogni tipo di evenienza. La vague di allegre idiozie sparse per ogni dove e da chiunque al tempo delle “invasioni” si è ripetuta, potenziata, in occasione dell’emergenza sanitaria e non sembra al momento esaurirsi.

Probabilmente bisogna pensare le aree delle quali si parla come luogo di copresenza di una molteplicità di situazioni culturali, elementari o raffinate, agite a livelli differenti in situazioni disomogenee e in grado di fornire sintesi interpretative efficaci solo in casi limitati e quasi mai felici negli esiti.

Come dire che un conto è possedere competenze accertate per far fronte a compiti precisi, altra cosa è pretendere che le conoscenze sottese siano utilizzabili senza mediazioni e confronti in ogni situazione.

 Ora proprio la creazione e il mantenimento di una cultura diversificata ma condivisa nei suoi assunti essenziali, presupposto per la realizzazione di una vita quotidiana feconda tra i conviventi in uno stesso luogo, è un difficile percorso fra confronti, anche accesi, e lunghi e pazienti momenti di ascolto   delle posizioni altre, teso al raggiungimento di momenti di sintesi che non appartengono a nessuno ma diventano pezzi di identità comune. È comunque di qui che occorre partire condividendo la convinzione che i modi tradizionali di creazione di legami comunitari non aiutano a crescere nuovi modi di stare insieme tanto nei territori che in spazi più grandi, e mi sembra che questa esigenza sia già patrimonio condiviso da Genova che osa.

Occorre forse allora sperimentare scenari di vita nei quartieri che sono certo condizionati dalle situazioni determinate dalle differenze di reddito e di accesso a risorse culturali diverse per consistenza, ma che si caratterizzano per relazioni di flusso guidate, almeno in parte considerevole, dalle modalità proprie della diffusione delle informazioni.

Quindi mappe variabili disegnabili solo attraverso monitoraggi frequenti su campioni agili e significativi e quindi utilizzando una base di gruppi di osservatori presenti nei territori tanto nei momenti critici e dinamici che in quelli di apparente quieta routine quotidiana.

Questo comporta probabilmente il rarefarsi nel tempo della ricerca esaustiva (limitata dalla obsolescenza al suo compiersi ma che rimane comunque indispensabile per definire i tratti relativamente costanti) e il ricorso più frequente alla ricerca- azione (così si chiamava un tempo forse diversa per obiettivi e forma) che unisce all’osservazione la partecipazione diretta allo scorrere della vita nelle aree osservate.

Oggi questa modalità più agile di acquisire dati in movimento può certo disporre di strumenti abbastanza diversificati e di uso comune ma deve differenziarsi negli obiettivi e nei modi in modo assoluto dal raffazzonare a casaccio, o peggio secondo una regia ben definita, immagini-dato proprio dell’informazione corrente.

Il progetto di articolare la propria azione attraverso testimoni diffusi sul territorio è d’altra parte negli obiettivi già pensati da Genova che osa e in via di realizzazione, dunque forse non è impossibile correlare l’azione politica attiva alla raccolta di dati di conoscenza destinati a non renderla inane e nel contempo formare persone impegnate capaci a legare normalmente l’intervento ai saperi necessari a renderlo efficace.

Si parla naturalmente di tracce di percorso appena abbozzate che possono essere affinate dalle competenze che il gruppo ha già dimostrato di saper mobilitare.

Tuttavia piste di questo genere possono essere percorse vantaggiosamente solo a patto di tenere presente una serie di cautele che hanno a che fare con i modi di essere delle condotte delle persone oggi pressoché dovunque, e quindi anche nella nostra città.

 Si tratta intanto del fatto che i processi di informatizzazione in atto inducono realizzare le proprie strategie di vita privilegiando percorsi  ed interessi individuali anche all’interno dei gruppi primari  che tendono a coagularsi in percorsi di gruppo solo in presenza di coincidenza momentanea fra vantaggio personale e vantaggio collettivo, atteggiamento presente dalla notte dei tempi fra gli umani ma in diversi momenti mitigato dalla condivisione di ideologie ,di natura religiosa o laica, che consentivano l’emergere di interessi collettivi  superiori a quelli del singolo.

 Oggi questi riferimenti metaindividuali hanno perso molto del loro valore predittivo, anzi in molte direzioni, e per molti, sono considerati meritevoli di dileggio. Questo significa che nella pratica di tutti i giorni diventa più facile osservare strategie comuni di segno difensivo che strategie indirizzate al raggiungimento di finalità collettive. È forse bene ricordalo perché il dopovirus disegnerà scenari che, al di là delle retoriche oggi diffuse a vario titolo, non saranno necessariamente improntati alla condivisione a prescindere.

In più è ben noto che il sistema di produzione e di consumo vigente e prevalente in questa modalità di globalizzazione sono piuttosto tese ad esaltare il singolo che a promuovere strategie improntate alla solidarietà, sia che si tratti di persone che di società organizzate ad ogni livello.

È ovvio che quanto si è appena scritto si riferisce a molti ma non a tutti, si vuole piuttosto sostenere che se è vero che gli atteggiamenti appena richiamati sono diffusi a macchia di leopardo variabile, e quindi in momenti specifici riguardare anche gli insospettabili, sono tuttavia di estensione tale da non poter essere trascurati quando si vuole approfondire il modo di essere dei “quartieri” quali sono oggi.

Tutto questo ha naturalmente senso solo nel caso che si vogliano concepire modi di agire tesi non tanto ricostruire modi di vita che si immagina siano esistiti ma ci proponga invece di modificare le situazioni attuali fino ad intravvedere percorsi capaci di migliorare nei contenuti, nelle forme e nelle finalità le condotte in oggi prevalenti.

Insomma appare complicato cambiare se non è chiaro da cosa si parte anche se ci sembra di aver chiaro dove si vuol arrivare, come e perché.

Quello che tutti gli studiosi più qualificati indicano come futuro prevedibile è il diffondersi a dismisura nel mondo di insediamenti umani di grande estensione, e comunque dei modi di vita urbanizzati, sempre meno governati nel loro farsi e sempre meno governati una volta fatti. Questi processi non sembrano svilupparsi in luoghi sempre accettabili e in tempi sempre prevedibili. In ogni caso nelle megalopoli già esistenti le persone sono spesso chiamate a sviluppare forme inedite di convivenza e di solidarietà per creare condizioni di vita sopportabili realizzando esperienze inedite.

L’accumulare e analizzare informazioni e conoscenze in questa direzione sembrerebbe una pista di ricerca e approfondimento da affiancare all’approccio cui si è accennato in modo da essere piuttosto un centimetro avanti che un metro indietro.

Tutte queste osservazioni son ben lontane dall’essere esaustive, hanno solo l’intento di indicare possibili momenti di riflessione suscitati dal lavoro proposto, il loro spirito può essere meglio inteso rileggendo insieme una delle raccomandazioni del già citato Castells:

“La teoria e la ricerca…. devono essere considerate alla stregua di mezzi di comprensione del nostro mondo e andrebbero giudicate solo per la loro precisione, il loro rigore e la loro rilevanza. Il modo in cui questi strumenti vengono usati e i fini per cui vengono usati dovrebbe essere prerogativa esclusiva degli attori sociali nei loro specifici contesti e in nome dei e degli interessi da essi professati.

…Se la gente è informata e attiva e può comunicare da una parte all’altra del mondo; se l’impresa si assume le sue responsabilità sociali; se i media diventano messaggeri piuttosto che messaggio ; se gli attori politici reagiscono al cinismo e ripristinano la fiducia nella democrazia; se la cultura viene ricostruita a partire dall’esperienza; se l’umanità avverte la solidarietà della specie in tutto il mondo ; se asseriamo la solidarietà intergenerazionale vivendo in armonia con la natura; se ci avventuriamo nell’esplorazione del nostro io profondo, avendo fatto pace fra noi; ebbene, se tutto ciò si verificherà, finché c’è ancora  il tempo, grazie alle nostre  decisioni informate, consapevoli e condivise, allora forse  riusciremo  a vivere e lasciar vivere, ad amare ed essere amati.”


AGGIORNAMENTO

Approfondimento delle osservazioni al dossier

Quello che si è cercato di dire si articola su alcuni punti essenziali: un tentativo di precisare un possibile significato di cultura oggi, anche alla luce delle elaborazioni più recenti e avanzate degli antropologi per vedere come predisporre ad una lettura più articolata l’idea di  “cultura dei quartieri”  al tempo del corona-virus globalizzato ; proporre, di seguito, elementi per una lettura critica delle forme di aggregazione specifiche delle aree periferiche, vicine o lontane dal centro presunto della città, in modo da aprire una riflessione che ci attrezzi a ragionare delle eventuali nuove forme dei legami sociali e associativi del futuro prossimo,  tenendo conto degli assunti che comunque associano e dissociano tutti in questa travagliata stagione della storia comune.

Affrontare il problema complicato di cosa è la cultura rischia di essere complicato, si va allegramente da idee generali circa la creatività e i valori umani fino a discorsi che implicano le identità collettive e il modo di organizzarsi della società, ma poi l’integrità culturale, fino ai monumenti e alle forme di espressione. In più per un lungo periodo, e sempre più spesso ancora oggi, l’idea di cultura è stata prevalentemente legata al passato, anzi ai passati, degli usi dei costumi, della tradizione, ma nel più recente dibattito nelle scienze umane sono andati emergendo elementi che servono più al discorso che si vuol sviluppare in questa sede. Saussure ha sottolineato che la coerenza culturale non dipenda dai singoli aspetti della cultura stessa quanto piuttosto dalla loro relazione, come dire che conoscenze anche molto raffinate come possono essere quelle prodotte da un importante curriculum scolastiche non esauriscono le competenze necessarie a comprendere le situazioni di vita se non vengono integrate da scambio continuo e capacità di ascolto dell’altro quale che sia. Altri ci hanno insegnato che parte integrante della cultura è l’idea del dissenso e che quindi il fatto di condividere un orizzonte concettuale non sia garanzia di consenso assoluto. Altro elemento acquisito da tempo è il riconoscimento della porosità di ogni sistema culturale e quindi del fatto che lo scambio e l’osmosi siano, in ogni situazione umana reale, la regola e non l’eccezione.

Infine è anche bene ricordare importanti studiosi che si sono occupati, da angolazioni diverse, delle dimensioni culturali della globalizzazione s trovano in accordo nel sostenere che la mescolanza, l’eterogeneità, la diversità e la pluralità sono le caratteristiche fondamentali della cultura nel mondo globalizzato e che comunque nessuna cultura, né nel passato né nel presente è mai sta un’isola, salvo ovviamente nell’immaginario di molti che le hanno osservate.

In ogni  caso si può ben ritenere che quale che sia l’interpretazione che si voglia privilegiare bisogna fare i conti con queste sue dimensioni chiave: la relazionalità ( tra norme, valori, credenze ….), il dissenso all’interno d una certa cornice consensuale ( ciò vale per i marginali, le relazioni di genere e, in senso più ampio, per quelle di potere ) i legami deboli ( come quelli che emergono nelle migrazioni, nei commerci e nelle guerre, ora esasperati dal traffico culturale globalizzato).

  Gli strumenti interpretativi/descrittivi che si sono appena richiamati dovrebbero essere utili nella costruzione di una mappa, al momento approssimativa perché abbiamo pochi dati rilevati su cui contare, degli elementi costituenti la cultura di quartiere nella nostra città.  

In primo luogo quanto sono probabilmente presenti  la mescolanza, l’eterogeneità, la diversità  e la pluralità : i dati riportati  dal lavoro, quello complessivo,  sui quartieri di Genova che osa ci dicono che da oltre mezzo secolo almeno la ragione della scelta del luogo di insediamento non sembra determinata da vicinanza al luogo di lavoro ma piuttosto dal mercato immobiliare  e quest’ultimo ha smesso da tempo di essere caratterizzato da una qualsivoglia logica programmatoria tesa a favorire presenze omogene nelle varie aree, al più

Il principio evocabile   è quello dei costi delle case e non sempre e in tutti i luoghi.  E in ogni caso il criterio dominante non è stato quello dell’omogeneità culturale, né dal punto di vista delle origini né da quello dei gradi di istruzione. Le provenienze dei cittadini genovesi hanno al più seguito le modalità dei flussi migratori, regionali prima, nazionali nel tardo dopoguerra, internazionale a ridosso degli anni ottanta e novanta. Dunque l’eterogeneità ha valori cospicui. Quanto alle diversità basterebbe riprendere in mano gli andamenti demografici del periodo considerato per vederla confermata, c’è anzi da aggiungere, negli ultimi decenni, il crescere anche la molteplicità delle fedi professate, religiose ma anche laiche. Queste ultime sono largamente documentate dal lavoro fatto sugli esiti elettorali dell’ultimo ventennio. La pluralità è in più rafforzata dallo scomparire o dal trasformarsi delle forme d’attività un tempo prevalenti in molte delle aree considerate verso forme di lavoro sempre più individuali e individualizzanti.

Insomma rimane ben poco dell’immagine canonica che descrive il quartiere come sede privilegiata e permanente di attività partecipate e di orizzonti di vita condivisi. Naturalmente questo non significa che siano sorte, o siano in nuce, nuove e più ricche forme di relazione, nuove forme di condivisione, inedite manifestazioni di socialità; il fatto è che abbiamo strumenti limitati, e anche un po’ scalcagnati, per darne conto.

Per lo più i modi usati per raccogliere informazioni attendibili in questa direzione prevedono il riferimento alle forme di aggregazione presenti, anche consistenti spesso per numero e frequentazione denunciata. Cosa in sé buona e giusta ma anche qui occorre fari i conti modificazioni avvenute tanto nelle strutture esistenti che nei contesti istituzionali di riferimento.

Genova metropolitana è ricca di una quantità grandissima di centri di aggregazione e di cultura popolare, che hanno spesso una storia gloriosa e imponente, dai centri di dibattito culturale e politico, alle aggregazioni impegnate nella solidarietà immediata e di lungo periodo, a quelle con finalità più attente allo sport e al tempo libero. Tutte hanno grandemente contribuito per decenni a creare condizioni di soddisfacente vivibilità nelle zone vicine e per tutta la città. In particolare le prime hanno costituito a lungo una sorta di secondo livella fra gli individui e le istituzioni elettive, fornendo luoghi e tempi di riflessione comune nelle quali si cercavano le prime mediazioni fattuali ascoltate dai rappresentanti istituzionali.

Ma nel tempo considerato, le cose sono andate progressivamente cambiando e anche queste importanti realtà del tessuto sociale cittadino sono state investite dagli effetti dei mutamenti culturali e delle condotte delle persone nel quotidiano, (per non parlare del processo di violenta personalizzazione dell’agire politico) incontrando sempre maggiori difficoltà di gestione interna e di influenza reale sulle condizioni socioculturali e politiche esterne.

È ben ovvio che questa situazione non ha riguardato la totalità delle realtà evocate ma certo un numero tanto significativo da incidere pesantemente sulle forme di evoluzione delle identità culturali della maggior parte dei quartieri della città. E, altrettanto ovviamente, altre modalità di aggregazione e di produzione di nuove proposte culturali sono sorte e sono efficaci un po’ dovunque nella grande Genova, non sono state, fino ad ora, in grado di mutare i trend predominanti come dimostrano appunto i dati dei diversi dossier realizzati, sola o con altri, da Genova che osa.

Il riferimento privilegiato, nella rilevazione dei dati, alle realtà più conosciute e più ricche di rapporti istituzionali ha spesso impedito, e continua a farlo, l’emersione di esperienze meno consolidate ma spesso rivelatrici di nuove forme, magari eterodosse, di legami sociali come le comunità virtuali non necessariamente costituite secondo i dettami del mercato digitali, spesso anche senza nome ma da tempo attive e operanti nelle realtà cittadine.  Comunità di giovani, ma non necessariamente solo di giovani, che unificano in vista di obiettivi partecipati persone abitanti in quartieri diversi, molto più uniti fra loro e nel tempo che non legati dai luoghi elettivi di residenza. Sono realtà associative che sfuggono anche alle normali pratiche dei social, o meglio le attraversano, e fanno pensare all’assenza di un territorio di riferimento come carattere distintivo in qualche misura perseguito. Anche le relazioni agite trovano spesso ragione d’essere sulla base della condivisione di credenze, di valori, magari non solo quelli ufficialmente esaltati e nella pratica negati, e perfino di norme vincolanti. Comunità che non considerano determinante l’omogeneità per esistere ed operare e accettano il dissenso soprattutto quando evoca nuove occasioni di vita più piena e arricchente.

 Da molto si sa che le forme, diciamo così, para istituzionali di associazione non esauriscono le esperienze aggregative, ma, come si diceva nelle osservazioni che qui si vogliono approfondire, sono ancora pochi e sperimentali gli strumenti e i percorsi metodologici atti a darne conto in modo compiuto. Esistono sperimentazioni importanti ma non ancora determinanti soprattutto perché implicano revisioni teoriche di non breve momento, anche se intuite da alcuni dei più importanti padri fondatori del lavoro di ricerca sociale.

Queste righe di aggiunta a quanto già detto, forse confusamente, vogliono solo aggiungere un granello a quanto c’è ancora da fare  nelle direzioni proposte  dal dossier e dalle successive  prese di posizione, mentre continuano  a frullare nel capo di chi scrive  il lucido  richiamo  di Riccardo Terzi(La pazienza e l’ironia, crs- ediesse,Roma,2011) “……dovete mettervi in ascolto dei cambiamenti, entrare in comunicazione con la società che cambia, e solo dopo “agire”, dopo che abbiamo individuato una mappa aggiornata delle forze  e delle tendenze in campo, così da agire non in astratto, ma nel concreto del processo reale.”  Anche, e soprattutto ai tempi del Coronavirus.




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