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LA POVERTA' A GENOVA


LA POVERTA'

A GENOVA

A cura di Stefano Gaggero e Lorenzo Azzolini, Centro Studi di Genova che osa. Accompagnano la ricerca alcuni contributi da noi richiesti a Luca Borzani, Barbara Carpanini, Walter Massa, Paola Bellotti.

La presentazione del dossier povertà - Il servizio de la Repubblica

INTRODUZIONE

di Luca Borzani

Povertà e diseguaglianze costituiscono la grande questione sociale del nostro secolo. In Italia oltre 4 milioni di persone vivono in condizioni di povertà assoluta e oltre dieci milioni in grave deprivazione materiale. Sono gli effetti feroci di una crisi infinita e delle logiche di austerità. I poveri e chi vive il rischio della povertà non sono più consegnabili alla marginalità sociale ma costituiscono ormai una componente in crescita del nostro paese. Perché basta poco a precipitare nell’indigenza: disoccupazione, precariato, pensioni minime, malattie, divorzi, perdita della casa. La povertà non è più un orizzonte lontano ma uno scenario minaccioso che oggi lambisce la vita quotidiana, moltiplica i sentimenti di paura e di ansia, la percezione diffusa dell’essere sostanzialmente privi di protezione, invisibili alle istituzioni. La progressiva riduzione del welfare ha aumentato la zona grigia delle fragilità economiche, reso labili i sistemi tradizionali di sicurezza e di protezione sociale con una progressiva sovrapposizione ai diritti sostanziali di cittadinanza della beneficenza e della carità. Ed è in questa dimensione di abbandono che si misurano sia l’inadeguatezza politica e culturale della sinistra sia la crescita del rancore di chi si sente sempre più povero. Che emerge una rabbia diffusa che si trasforma in xenofobia e razzismo.

Le pagine che seguono sono un richiamo alla realtà. E dimostrano come anche la Liguria sia parte di questa Italia impoverita e polarizzata tra ricchezza e miseria. In un’economia che permane in una fase prolungata di stagnazione, non solo il reddito medio continua a diminuire ma la sua distribuzione è sempre più diseguale: il 5 per cento dei più ricchi dichiara il 21 per cento di tutto l’imponibile a fronte del 27 per cento dei più poveri che arriva al solo 6 per cento dell’ammontare complessivo. A dimostrazione non solo dello svuotamento dei ceti medi ma del peggioramento complessivo delle condizioni di vita degli strati meno abbienti della popolazione. La povertà vera, cresciuta in modo accelerato, oggi segna oltre centomila liguri. Il tasso di grave deprivazione materiale è quadruplicato dal 2008 e ha livelli superiori non solo a quelli del nord-ovest ma anche a quelli nazionali. E questo in un contesto occupazionale che rimane ampiamente sotto il livello dello scorso decennio.

Genova ha perso oltre 7mila occupati negli anni peggiori della crisi e le vicende dell’Ilva, della Piaggio, di Ericsson o di Carige sono lì a ricordare come è sempre possibile scendere ancora di qualche gradino. E le nuove assunzioni rimandano quasi esclusivamente ad occupazioni a tempo determinato o sono riferite ad ambiti stagionali. Per altro ci sono quasi 40mila giovani tra i 15 e i 25 anni che non studiano e non lavorano a fronte di circa 30mila iscritti all’Università. Sono i futuri poveri. Pesano sulla Liguria l’immobilismo e lo svuotamento delle classi dirigenti, la scomparsa delle vocazioni imprenditoriali, la bassa attrattività di Genova sotto il profilo degli investimenti, l’isolamento logistico, gli stessi processi di finanziarizzazione e di delocalizzazione delle produzioni.

Né si vede un’inversione di tendenza. Anzi. Siamo immersi dalle amministrazioni di centrodestra in uno storytelling in cui ogni giorno si celebra un successo e si nasconde la Liguria così come essa è: più povera, sempre più vecchia, distante dai centri dello sviluppo, culturalmente statica e progressivamente più chiusa e provinciale. Con un’emigrazione di giovani che supera l’immigrazione straniera. Elaborare una nuova idea di città, di uscita dal declino, valorizzare risorse, competenze, innovazione sociale è il compito di una sinistra capace di uscire dall’autoreferenzialità del ceto politico e di imparare dalla sconfitta. Ritornare a misurarsi con i processi sociali è un primo e non banale passo.

IL DOSSIER POVERTA'

La grande recessione ha lasciato un marchio nel nostro Paese che potrà essere cancellato solamente attraverso una classe politica che metta in atto iniziative strutturali di modifica del tessuto sociale ed economico nazionale. A nulla serviranno iniziative meramente propagandistiche, o una timida ripresa degli indicatori macroeconomici tradizionali come il prodotto interno lordo.

In questo dossier tratteremo in rassegna gli indicatori misurati sulla nostra città che ci permettono di rilevare il fenomeno della povertà.

Nei limiti degli indicatori oggi esistenti, cerchiamo di indagare sia il fenomeno della povertà assoluta delle persone che vivono in completa indigenza sia la situazione di chi si trova sulla soglia della povertà in condizioni variabili e difficili da fotografare. Il rischio di povertà è difficile da misurare, eppure è la conseguenza più rilevante quanto invisibile di un mutamento sociale che ha forse assunto caratteri definitivi. Infatti coinvolge una parte sempre più ampia di cittadini, come singoli e non come gruppo sociale, che navigando ai limiti si trova nel percorso di una vita a scendere sotto la soglia di povertà per effetto delle più diverse circostanze della vita, dalla precarietà alla perdita del lavoro, dalla malattia alla morte di un famigliare, da un aumento dei prezzi a spese impreviste per la casa. Quindi non una condizione permanente che può definire un'appartenenza di classe, ma un fenomeno fluttuante e variabile, per questo difficile da fotografare con delle istantanee. Questa precarietà di vita non genera solo un immediato disagio economico in quei momenti in cui colpisce le persone trascinandole sotto la soglia del benessere, ma dà luogo a un costante disagio, una condizione d'insicurezza che condiziona tutta una vita, una situazione di sopravvivenza permanente che sembra diventato una costante per una fetta rilevante di cittadini.

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Il rischio povertà in Italia

Nel 2007, secondo EUROSTAT, il 26% degli Italiani era a rischio di povertà o esclusione sociale, già un dato più alto del 24,5% riferito a tutta l’Unione Europea (a 27 Stati membri: non era ancora entrata la Croazia). Oggi la percentuale è del 30% contro il 23,5% dell’UE (a 28 Stati membri). A titolo di paragone con gli altri Paesi maggiori, in Germania la percentuale è lievemente scesa (dal 20,6 al 19,7%), come pure in Francia (dal 19 al 18,2%) e nel Regno Unito (dal 22,6 al 22,2%), solo in Spagna si è verificato un incremento dal 23,3 al 27,9%. In termini assoluti, il numero di persone a rischio è cresciuto da 15,2 milioni a 18,1 cioè un numero poco inferiore alla popolazione sommata di Liguria e Sardegna.

In Liguria il rischio povertà è aumentato dal 21,3% al 23,9% dal 2007 al 2016

Il peggioramento non ha risparmiato nessuna delle macroregioni del Paese, dalle Isole al Nord-Ovest, e ha coinvolto anche la nostra Liguria, dove la quota di persone a rischio di povertà ed esclusione sociale è cresciuta dal 21,3 del 2007 al 23,9% del 2016 (il valore del 2016 riferito al Nord-Ovest è del 21%: la Liguria registra la percentuale più alta di tutta la macroregione e di tutto il Settentrione del Paese).

Rischio povertà e esclusione sociale (Eurostat)

Il peggioramento in Liguria

Se vogliamo parlare di “schedature”, possiamo compilare il lungo e triste elenco d’indicatori che sono peggiorati in questi dieci anni in Liguria:

1.

La percentuale di persone in condizione di grave deprivazione materiale (cioè chi deve vivere in grave ristrettezza di risorse, non potendosi permettere di pagare almeno quattro tra nove beni e servizi come: affitto e utenze domestiche, riscaldamento adeguato della casa, spese impreviste, carne, pesce o proteine equivalenti un giorno sì e uno no, un fine settimana di vacanza fuori casa, una macchina, una lavatrice, una TV, un telefono) è più che triplicata dal 2,3% del 2007 al 7,9% del 2016 (EUROSTAT).

2.

Il tasso di mancata partecipazione al lavoro (una percentuale che alla disoccupazione aggiunge le persone inattive ma che sarebbero disposte a lavorare) è cresciuto dal 9,3 del 2007 al 15,1% del 2016 (ISTAT).


Indicatori precarietà in Liguria (Istat, Eurostat)

3.

Il tasso di occupati a tempo parziale è cresciuto dal 16,7 del 2007 al 21,3% del 2016 e dal 31,1 al 37,6% per le lavoratrici (EUROSTAT); il part-time involontario è cresciuto dal 5,5 al 13,1% (ISTAT). Più in generale, al 2016 (ISTAT): solo il 18,1% dei lavori riesce a evolvere da un contratto instabile a uno stabile; il 17,9% dei lavoratori è bloccato in lavori a termine da 5 anni o più; il 6,6% dei lavoratori riceve una bassa paga, cioè inferiore ai due terzi del valore mediano.

4.

L’indice di Gini riferito al reddito netto familiare (una misura sull’omogeneità della distribuzione dove il valore “0” rappresenterebbe la massima equidistribuzione dove tutti hanno la medesima ricchezza e il valore “1” la massima disuguaglianza dove una sola persona possiede tutto) è cresciuto da 0,27 nel 2007 a 0,284 nel 2014, toccando un picco di 0,299 nel 2011 (ISTAT, ma la serie storica disponibile è limitata).

Indice di GINI al reddito familiare in Liguria (Istat)

5.

La percentuale di persone che vivono in abitazioni di bassa qualità (cioè abitazioni sovraffollate e che hanno problemi strutturali, o non hanno bagno/doccia con acqua corrente oppure hanno problemi di luminosità) è cresciuta dal 5,2% del 2007 al 9,2% del 2016 (ISTAT).

Il 9,2% delle persone vivono in case di bassa qualità. Era solo 5% nel 2007.

Questi dati descrivono una situazione valida, purtroppo, anche per il capoluogo Genova, dove risiedono quasi 2 liguri su 5. Approfondendo la schedatura, affinché nessun dato sfugga alla vergogna di essere messo all’indice, recuperiamo qualcosa anche nella scarsità di rilevazioni sui comuni metropolitani.

LA MAPPA DEL REDDITO

Il 3% dei cittadini più ricchi dichiara più del 40% più povero

LA MAPPA DEL REDDITO

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Disuguaglianze di reddito a Genova

Scopriamo così che il reddito medio imponibile in città è aumentato del 3% nell’anno d’imposta 2014 su quello 2010, mentre nello stesso periodo l’indice dei prezzi al consumo è cresciuto al triplo della velocità del 9% (questo e i prossimi dati provengono dall’Ufficio statistica del comune, salvo diversamente specificato).

Circa 184 mila persone hanno dichiarato un reddito imponibile fino a 15 mila euro nel 2014, pari al 40% di tutti i contribuenti, quando solo 13 mila ne hanno dichiarato uno superiore a 75 mila euro, pari al 3% di tutti i contribuenti. Il problema è che questo 3% più ricco ha dichiarato 1,7 miliardi ovvero il 16% dell’imponibile, contro gli 1,3 miliardi del 40% più povero.

Le disuguaglianze di reddito dividono la popolazione per residenza, per età, per genere e per provenienza: il reddito medio imponibile del Lido è quasi due volte il valore medio comunale e quasi tre volte quello di Ca’ Nuova dove si trova il CEP (2011); il reddito medio imponibile nella fascia d’età 45-64 anni è una volta e mezzo quello nella fascia 25-44 e circa quattro volte e mezzo il reddito nella fascia 15-24 anni (2014); il reddito medio imponibile delle donne è poco superiore alla metà di quello degli uomini (2011); il reddito imponibile medio dei cittadini stranieri è appena il 60% del reddito medio complessivo di tutti i residenti a Genova. Nell’anno d’imposta 2014, 7.024 persone hanno dichiarato un reddito imponibile nullo o addirittura negativo.

Per provenienza (Ge-MEF-2011)
Per genere (Ge-MEF-2011)
Per quartiere (Ge-MEF-2011)
Per età (Ge-MEF-2014)

La disoccupazione

I disoccupati nel comune sono cresciuti da 11 mila nel 2007 a 24 mila nel 2015. I dati riferiti a tutta l’area metropolitana ci dicono che il tasso di disoccupazione tra i 15 e i 24 anni è del 36% nel 2015, tra i 25 e i 34 è del 16% a fronte di un valore complessivo dell’8%.

LA MAPPA DELLA DISOCCUPAZIONE

LA MAPPA DELLA DISOCCUPAZIONE

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LA MAPPA DEL DISAGIO SOCIALE

LA MAPPA DEL DISAGIO SOCIALE

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Il disagio sociale

L’indice di disagio sociale (IDS), che è una misura composta del malessere di un territorio calcolata sui dati del censimento 2011, raggiunge il valore molto alto di 9,05 nel quartiere di Ca’ Nuova e il suo opposto di -9,32 pochi chilometri più a levante, a San Vincenzo. Nella valle del Polcevera, quindi nel Municipio che ne prende il nome e a cavallo da Centro Ovest e Medio Ponente, si concentrano sette quartieri in cui l’IDS è maggiore di 0 (quindi rappresenta una situazione di disagio), in cui risiedono 50 mila persone; le altre aree cittadine dove l’IDS è positivo si trovano nel Ponente (Ca’ Nuova e Pra’, per 14 mila abitanti) e in Media Valbisagno (Montesignano e San Eusebio, per 16 mila abitanti).

Tasso di disoccupazione (Istat)
Tasso di occupazione (Istat)
Tasso di concentrazione giovanile (Istat)
Tasso di scolarizzazione (Istat)

A livello cittadino, dal 1991 al 2011 l’indice è peggiorato crescendo da un valore di -3,08 a uno di -2,87, toccando il minimo nel 2001. L’indicatore misura la distanza relativa e composita di una serie di sottoindicatori rispetto ai valori nazionali: si tratta del tasso di disoccupazione, di occupazione, di concentrazione giovanile e di scolarizzazione. Nel corso del tempo, pur nel miglioramento delle percentuali misurate, Genova si è avvicinata al resto del Paese per quanto riguarda disoccupazione e scolarizzazione. Nella finestra temporale misurata, la nostra città ha sempre avuto un tasso di occupazione e uno di concentrazione giovanile inferiori al dato nazionale.


IDS a Genova - (Più è vicino allo zero e peggiore è la situazione sociale)

Scuola e istruzione

Lo status socio economico e culturale delle famiglie degli studenti è rilevato come il livello mediano dell'indice ESCS (acronimo di "Economic, Social and Cultural Status", cioè "Status Economico, Sociale e Culturale) nei rapporti di autovalutazione (RAV) di ogni istituto. Dal sito Scuola in Chiaro abbiamo elaborato i livelli mediani per ogni indirizzo (liceo, professionale o tecnico) degli istituti secondari di secondo grado presenti nel Comune, statali o paritari. Prima di passare all'esposizione un avvertimento: i livelli mediani sono riportati come indicazioni qualitative per insiemi e questa analisi non tiene conto delle differenti dimensioni dei diversi indirizzi.

Numero studenti per Istituto (Ge-MIUR-15/16)

Numero studenti per Istituto (Ge-MIUR-15/16)

Numero di indirizzi scolastisci suddivisi per status socio economico culturale delle famiglia (Ge - Scuola in chiaro 15/16)*

*Livello mediano dell'indice ESCS per indirizzo e tipologia dell'istituto


Il 40% circa degli indirizzi secondari di secondo grado in città riporta un livello mediano dell'indice ESCS medio-basso o basso; una metà degli indirizzi ha un livello mediano medio-alto o alto. Non sorprende scoprire che il tasso d'indirizzi con un livello mediano medio-basso o basso sale al 56% tra gli indirizzi professionali e tecnici e scende al 28% tra i licei, mentre il tasso di quelli con un livello mediano medio-alto o alto è del 68% tra i licei e solo del 28% tra professionali e tecnici.

Le case popolari

Riguardo all’abitazione, nel 2016 sono stati (con riferimento alla città metropolitana) emessi 1.287 provvedimenti di sfratto, pari a 1 ogni 331 famiglie residenti, e ne sono stati eseguiti 837 con intervento dell’ufficiale giudiziario, contro 1.376 provvedimenti emessi e 785 sfratti eseguiti nel 2007 (dati del Ministero dell’Interno). Per numero di sfratti in rapporto alle famiglie residenti, la città metropolitana di Genova si colloca dopo Torino (1/241), Roma (1/279) e Napoli (1/306); le aree metropolitane e provinciali dei 12 comuni maggiori contano circa i due quinti di tutti gli sfratti a livello nazionale.

Tra i grandi capoluoghi di regione centrosettentrionali, con 9.500 alloggi Genova conta la più scarna edilizia residenziale pubblica (ERP) in rapporto alla popolazione: circa 30 famiglie residenti per 1 alloggio, a fronte del rapporto di 9:1 di Milano, 10:1 di Venezia, 16:1 di Bologna, 21:1 di Firenze e 23:1 di Torino (dati dell’Ufficio casa del comune). A fronte delle scarsità di alloggi ERP, le domande sono passate da 1.159 nel 2005 a 4.227 nel 2012; nel 2011 il fabbisogno di alloggi ERP, in base al numero di domande, era di 3.133 alloggi, il fabbisogno per l’inclusione sociale (cosiddetto “sotto ERP”, per quei nuclei familiari che necessitano un percorso di accompagnamento familiare) era di 350, il fabbisogno di alloggi a canone moderato (cosiddetto “sopra ERP”, per quei nuclei familiari il cui reddito non consente l’accesso agli alloggi ERP ma neppure al mercato libero delle locazioni) era di 5.087. Nel 2016, le assegnazioni di alloggi ERP sono state 103, di cui il 70% a famiglie con ISEE pari a 0, il 23% a famiglie con ISEE fino a 5.181 euro e il 2% a due famiglie con ISEE fino a 9.783 euro; il 26% delle assegnazioni è andato a famiglie di residenti stranieri.

Al censimento 2011, che presto sarà superato da quello del 2021, 470 persone nel territorio comunale sono state iscritte alle sezioni di censimento fittizie utilizzate per collocare chi è senza tetto.

Rapporto famiglie/alloggi (2017)*
Aumento richieste ERP (Genova)*
Assegnazioni ERP per reddito (Genova-2016)*

*Ufficio casa comune di Genova

La caritas

Il numero di accessi ai centri di ascolto della Caritas diocesana di Genova è cresciuto da 5.409 nel 2008 a 8.611 nel 2015 (Report sulla povertà del 2015).

Accessi ai centri di ascolto Caritas (Genova-Caritas)

LA MAPPA DELLE DIFFICOLTA'

LA MAPPA DELLE DIFFICOLTA'

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La mappa delle difficoltà

La mappa individua all’interno del comune quell’insieme di quartieri che figurano entro il primo quarto della classifica cittadina dei seguenti indicatori: indice vecchiaia (2014), tasso di famiglie unipersonali (2014), tasso di anziani soli (2014), tasso totale di stranieri (2014), tasso di scolarizzazione totale (2011), reddito imponibile medio (2011), tasso di disoccupazione (2011) e tasso affluenza alla Camera (2013). Si tratta di una classificazione piuttosto ampia che include 25 quartieri e situazioni di difficoltà naturalmente differenti. Quartieri come Ca’ Nuova, Campi, Cornigliano e Campasso, rientrano nell’insieme perché presentano indicatori negativi nel campo economico, viceversa la Foce nell’ambito demografico per la presenza di tanti anziani, anziani soli e famiglie uni personali.

Conclusioni

Come si vede, a voler schedare le cause della povertà e delle disuguaglianze che distruggono ogni possibilità di sviluppo di Genova, si potrebbero scrivere elenchi molto lunghi. Le rilevazioni statistiche sono carenti di dati riferiti direttamente all’ambito comunale e a maggior ragione un lavoro di schedatura in questo senso sarebbe utile per produrre misure oggi non conosciute. Certo, per avviare un lavoro del genere servirebbe che la giunta e il sindaco Bucci avessero davvero intenzione di risolvere alla radice i problemi della nostra città, anziché limitarsi a una narrazione composta solo di proclami roboanti e squallide e disumane iniziative propagandistiche. Ma, si sa, per indagare i problemi è necessario porsi delle domande, e le domande una volta che sono state poste hanno la cattiva abitudine di richiedere delle risposte. Molto meglio, quindi, e tanto più facile, ignorare i problemi e accanirsi in modo vile e disumano contro quei cittadini fragili — mendicanti, migranti, vagabondi e senza tetto — , che hanno l’ardire di mettere in mostra tutte le debolezze e contraddizioni di una città e l’insipienza di chi la governa in modo superficiale.

AGGIORNAMENTOSTRADA PER STRADA

Le mappe del disagio sociale

La nuova serie di mappe consente un'analisi più approfondita, i dati sono distribuiti a livello di basi di censimento, praticamente strada per strada per tutta la città. Questo consente di individuare il concentrarsi delle situazioni di disagio anche all'interno dei singoli quartieri. Emerge chiaramente quanto le situazioni siano differenziate e quanto sarebbero opportuni interventi mirati.

Prima di noi

Riportiamo in questa sezione gli esiti di due ricerche sulla povertà condotte nel 1998 e nel 2003, riferite ai dati del censimento 1991.

Mazzini, Congiu, Paoloni - 1998
Ufficio statistico regionale - 2003

La prima ricerca fa parte di un articolato studio del 1998 sulla povertà in città condotta in ambito accademico. La misurazione del rischio di povertà è stata condotta da Mazzini, Congiu, Paoloni. I ricercatori hanno definito un indice composito e standardizzato per cinque differenti categorie e hanno identificato le circoscrizioni genovesi che riportavano uno dei cinque indici più alti in almeno tre categorie. Già allora si evidenziavano delle situazioni di fragilità cittadina che rivediamo oggi, in particolare nelle zone di Pra' e lungo il torrente Polcevera. Anche allora come oggi un quartiere come la Foce rientrava nella classifica per elementi di fragilità demografica, cioè una popolazione molto anziana.


Mazzini, Congiu, Paoloni - 1998

Il secondo studio è dell'Ufficio di Statistica della Regione Liguria, condotto nel 2003, e costruisce un indice di deprivazione dei quartieri Genova a livello di unità urbanistica. L'indice è stato realizzato nell'ambito di una ricerca epidemiologica ed è strutturato su sei indicatori. Nuovamente, identifica un nucleo principale di quartieri fragili nella zona del Polcevera.


Ufficio statistico regionale - 2003

Queste due ricerche, le uniche che siamo stati capaci d'identificare, dimostrano come nel tempo—non troppo recente—ci si sia posti il problema d'identificare un fenomeno emergente nel contesto urbano. La mancanza di continuità in questi studi, che non sono stati assunti, anche rivisti, dalle istituzioni come elementi di verifica e monitoraggio, dimostra invece la grande disattenzione della classe politica cittadina verso un'effettiva conoscenza dei fenomeni in corso in città.

Contributi

L’alleanza contro la povertà

Si potrebbe scrivere e discutere per ore sui dati raccolti e analizzati in questo ottimo lavoro. Molteplici potrebbero essere gli approcci al tema a cominciare dai ritardi e dalle mancanze che hanno caratterizzato gli ultimi 15 anni di vita politica del nostro Paese. Un periodo peraltro che ha coinciso con una crisi economica e sociale devastante che ha svelato in modo impietoso la crisi culturale che, di fatto, ci ha impedito di trovare strade e percorsi per uscirne. Questo il vero limite di oggi che, per troppo tempo, abbiamo sottovalutato e che rischia di condannare una/due intere generazioni alla rassegnazione, al precariato come unico modello di vita e ad una vita complessiva peggiore di chi ci ha preceduto. E’ utile dunque cominciare a mettere in fila riflessioni che scaturiscono dalla ricerca che stiamo commentando ma, è altrettanto necessario, domandarsi chi deve leggere e studiare questi dati. A chi servono prima di tutto per provare a portare il Paese fuori dalla crisi? Occorre dunque chiamare in causa le Istituzioni che invece, appaiono, al netto delle diverse appartenenze, incapaci di costruire in grado di invertire alcuna tendenza. Certamente non lo possono fare le Istituzioni locali/Enti Locali, volutamente massacrate negli ultimi anni da una vulgata legata ai “costi della politica” e quindi, fortemente depotenziate se non cancellate (si pensi alle province) e, dall’altra parte, ridicolizzate da misure nazionali che hanno eroso praticamente tutte le risorse necessarie in particolare sul welfare. Un dato su tutti: dal 2007 al 2013 il fondo per le politiche sociali nazionali (ossia le risorse statali trasferite agli enti locali) è passato da circa 2 miliardi di euro a poco più di 280 milioni. Un taglio di quasi l’80% attuato dai tre governi che si sono succeduti in quel periodo (Prodi 2, Berlusconi 4 e Monti). Certo, gli enti locali non sono chiamati a legiferare come le Regioni ma sono la prima istituzione a diretto contatto con i cittadini. E dunque le Regioni? Neppure queste paiono nelle condizioni di poter operare scelte in controtendenza, impegnate come sono a salvaguardare ciascuna le proprie cose (chi la forza della produttività, chi le forme speciali date dalla Costituzione, etc). Emerge sempre più, infatti, un “turbo federalismo” - se così vogliamo definirlo - che ha sviluppato forme politiche di autismo, perfettamente coerenti con la fase politica che stiamo vivendo. Manca totalmente una solidarietà tra le stesse Regioni capace di realizzare nei fatti quel federalismo solidale spesso evocato e sempre meno reale. Del resto nulla di più ci si può aspettare di fronte ad allo scollamento tra territorio e governo nazionale.

Rimane quindi il quadro istituzionale nazionale. Per come siamo fatti, per l’articolazione costituzionale su cui è fondato il nostro Paese, diventa difficile ipotizzare un Governo nazionale capace di dare risposte adeguate ad un Paese profondamente diverso da nord a sud e da est a ovest. Ancor di più con in questo quadro di debolezza istituzionale e politica generale. Ci sono certamente misure importanti come, ad esempio, il Reddito d’inclusione, in vigore dal 1° gennaio 2018. Una misura unica a livello nazionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale che prova a invertire la tendenza rispetto alla situazione ben descritta in questa ricerca. Certamente un risultato di grande portata, dopo decenni di disinteresse della politica italiana nei confronti di chi sta peggio ma che, alla luce del momento che abbiamo e stiamo vivendo, ancora insufficiente per porre reali rimedi. Un Reddito d’Inclusione destinato esclusivamente ad alcuni poveri danneggia sia chi vive oggi nell’indigenza sia chi rischia di cadervi domani. Occorre rendere la misura universale ma, al tempo stesso, occorre mettere in campo altre significative iniziate per evitare che il REI risulti, come oggi, l’unica soluzione. Come Arci facciamo parte dell’Alleanza contro la povertà che nei mesi scorsi ha proposto di adottare un Piano Nazionale contro la Povertà 2018-2020. Il Piano, non casualmente, prevede uno sforzo per sostenere l’attuazione del Rei a livello locale, con l’impegno congiunto di Stato, Regioni e altri attori coinvolti per creare le condizioni affinché i soggetti del welfare locale possano tradurre il Rei in pratica. Questo per sottolineare come diventi urgente e necessario ricostruire un quadro Istituzionale davvero in grado di rispondere con politiche adeguate ai mali del nostro tempo. E per fare politiche adeguate occorre studiare e saper leggere la realtà e questo Paese ha tremendamente bisogno di una classe politica e di Istituzioni che abbiano voglia di tornare a farlo.