Stefano Gaggero


Jan 14, 2018

Il collegio a forma di squalo: gerrymandering ligure

Elbridge Gerry e la salamandra

La parola “gerrymander” arriva dalla tradizione politica statunitense e non ha una precisa traduzione italiana. È un termine composto che unisce il cognome di Elbridge Gerry, governatore del Massachusetts nel primo XIX secolo, alla salamandra mitologica. Gerry firmò una legge che ritagliava i collegi del Senato statale seguendo curve molto creative, allo scopo di favorire il suo partito politico: uno di questi collegi, quello del South Essex, fu rappresentato dalla stampa critica appunto come una salamandra. Nonostante una generale sconfitta elettorale, il partito di Gerry riuscì a mantenere il controllo della camera alta dello Stato.

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Il gerrymander è un collegio elettorale i cui confini sono stati manipolati con intenti partigiani, al fine di favorire un partito contro l’altro, garantire la rielezione di eletti in carica o, se promosso da un accordo politico trasversale, permettere l’elezione sicura dei candidati di partiti opposti evitando elezioni competitive. I collegi elettorali, uninominali in particolare (cioè quelli che rinviano a un solo seggio), dovrebbero estendersi su porzioni di territorio omogenee sotto i vari aspetti — demografico, sociale, economico , per garantire in modo più efficace la funzione rappresentativa territoriale degli eletti. Chi volesse favorire un partito politico o un candidato potrebbe unire nello stesso collegio parti di territorio accomunate dalla caratteristica di favorire quel partito o candidato ma del tutto disomogenee tra loro, potrebbe anche concentrare gli elettori favorevoli all’altro partito in uno o pochi collegi in modo da massimizzare le possibilità elettorali della propria parte. I tre scenari che seguono dimostrano quali siano le potenzialità teoriche del gerrymandering.

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La legge Mattarella

Nel 2018 voteremo con un sistema elettorale misto: circa il 37% dei parlamentari — 232 deputati e 116 senatori — sarà eletto in collegi uninominali. Ogni collegio corrisponderà a un seggio e di tutti i candidati risulterà eletto chi prenderà anche un solo voto in più degli altri. Nel disegnare questi 348 collegi si è scelto di ricalcare il più possibile quelli disegnati nel 1993 per la legge elettorale conosciuta come “Legge Mattarella”, con cui l’Italia ha eletto le Camere nel 1994 (prima vittoria di Berlusconi), 1996 (prima vittoria di Prodi) e 2001 (seconda vittoria di Berlusconi). Per la precisione, i vecchi collegi elettorali delimitati per il Senato saranno impiegati per votare la Camera (perché nella Legge Mattarella la proporzione tra seggi uninominali e plurinominali era opposta a oggi e poiché la Camera è grande il doppio del Senato, oggi il numero di collegi della Camera coincide col vecchio numero stabilito per il Senato). I collegi uninominali del Senato, invece, saranno in linea di massima derivati dalla somma a coppie di collegi della Camera.

Il caso Genova

In alcune regioni si sono rese necessarie modifiche in base agli obblighi di legge sul numero massimo e minimo di residenti, ma non in Liguria: nel 2018 voteremo con gli stessi esatti confini disegnati nel 1993.

Ora, il comune di Genova risulta suddiviso in tre collegi differenti:

Il collegio numero 3 “Genova-Campomorone”, che comprende i Municipi del Ponente, Medio Ponente, Valpolcevera e circa metà del Centro Ovest e li unisce ai comuni dell’alta Valpolcevera.

Il numero 4, “Genova-Bargagli”, che ai Municipi della Bassa e Media Valbisagno unisce quasi tutto il Centro Est (tranne Portoria-Carignano), il resto del Centro Ovest e la Valle Sturla del Municipio Levante, con i due comuni di Bargagli e Davagna.

Il numero 5, che raccoglie quello che resta dei Municipio Centro Est e Levante, il Municipio Medio Levante (tranne il Chiappeto) e li unisce alla maggior parte dell’area provinciale.

Tutti i collegi sono continui a livello formale, anche se un candidato che volesse condurre una normale camminata elettorale lungo il collegio 4 potrebbe farlo solo scavallando le alture, sono piuttosto disomogenei: gli elettori di Carignano, in pieno centro di Genova, voteranno con quelli sparsi ai quattro capi della provincia, da Isola del Cantone, a Santo Stefano d’Aveto, a Lavagna; un elettore di Borgoratti o Apparizione non voterà coi vicini di Sturla, ma con i residenti di Prato; la volontà degli elettori dei due piccoli comuni di Bargagli e Davagni e di quelli dell’alta Valpolcevera e Valle Stura sarà annacquata nel resto di due collegi dal carattere prettamente urbano. I confini dei comuni possono essere arbitrari, alle volte, ma rispondono a criteri culturali e storici, delimitano flussi più intesi di pendolarismo, quantomeno rimandano a una precisa unità amministrativa. Peraltro, il disegno dei collegi genovesi non è solo curioso per la forma, in particolare del 4 e del 5, ma anche per i pezzi di città. Il collegio numero 4 riunisce in sé quelli che storicamente sono stati i quartieri più di sinistra nel levante cittadino (Media Valbisagno e Valle Sturla), con quelli più moderati (Centro Storico, Castelletto, Bassa Valbisagno), il collegio numero 5 all’area provinciale, convenientemente privata di Arenzano e Cogoleto, alta Valpolcevera e Sestri Levante (che per tradizione erano più sbilanciati a sinistra), unisce tutta la serie di quartieri costieri e marcatamente più conservatori della città.


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Il ritaglio dei collegi

I collegi furono disegnati da una commissione indipendente sotto l’egida dell’ISTAT, ma l’esito finale per il Senato ha le apparenze di un gerrymandering volto a limitare i collegi competitivi, concentrando in quattro (Savona, Genova-Campomorone, Genova-Bargagli e La Spezia) tutte le aree più di sinistra e in due (Sanremo e Genova-Chiavari) tutte le aree più di destra. Infatti, in tre elezioni disputate in questi confini con la vecchia Legge Mattarella non è mai capitato che un seggio sia passato di mano, nonostante il fronte di centrosinistra abbia raggiunto a livello regionale un vantaggio di 4 punti percentuali nel 1994, ben 12 nel 1996 (L’Ulivo e i Progressisti di Rifondazione), appena 2 nel 2001.

Lo stesso Articolo 7 (Delega legislativa in materia di collegi elettorali), comma 1 della Legge 276/1993 (Norme per l’elezione del Senato della Repubblica) prescriveva che il disegno dei confini fosse tale sia da garantire «la coerenza del bacino territoriale di ciascun collegio, avuto riguardo alle caratteristiche economico-sociali e storico-culturali del territorio», sia da non «dividere il territorio comunale, salvo il caso dei comuni che, per le loro dimensioni demografiche, comprendano al loro interno più collegi». Nel caso di un grande comune, la disposizione prescriveva che, «ove possibile», fosse «suddiviso in collegi formati nell’ambito del medesimo comune» e, in alternativa, «della medesima area metropolitana», sempre fermo restando il criterio dell’omogeneità.

Già nel 1993, nonostante i limiti demografici più stringenti (una variazione in eccesso o difetto non superiore al 10% rispetto alla media di residenti per collegio) sarebbe probabilmente stato possibile creare un disegno migliore, ad esempio limitando i collegi 3 e 4 solo al comune di Genova e distaccando una propaggine uniforme a Levante o ancora meglio, all’inverso, mantenendo i collegi 4 e 5 nel territorio comunale e distaccando una sezione di Ponente verso il collegio di Savona (Voltri storicamente ha un certo scambio anche di studenti pendolari), in modo da preservare più possibile un disegno complessivo maggiormente coerente.

Oggi perseguire un disegno più coerente dei collegi, che è funzionale alla qualità della rappresentanza politica, sarebbe stato ancora più facile perché l’Articolo 3 (Delega al Governo per la determinazione dei collegi uninominali e dei collegi plurinominali), comma 3 della nuova Legge 165/2017 (Modifiche al sistema di elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Delega al Governo per la determinazione dei collegi elettorali uninominali e plurinominali) prevede un limite demografico più elastico (fino troppo: 20% in più o in meno). La disposizione inoltre ribadisce che «nella formazione dei collegi […] sono garantite la coerenza del bacino territoriale […], tenendo altresì conto delle unità amministrative su cui insistono e, ove necessario, dei sistemi locali, e, di norma, la sua omogeneità sotto gli aspetti economico-sociale e delle caratteristiche storico-culturali» e che «i collegi […], di norma, non possono dividere il territorio comunale, salvo il caso dei comuni che, per le loro dimensioni demografiche, comprendano al loro interno più collegi» (nota: non è ripetuta la clausola delle aree metropolitane).

L'occasione persa

Il disegno frammentario e disomogeneo dei collegi in Liguria, in particolare quelli che insistono sul territorio comunale di Genova, è un’occasione perduta per una nuova legge elettorale piena di difetti, ma che almeno conteneva la (troppo limitata) nota positiva dei collegi uninominali. I collegi uninominali, infatti, possono innescare una dinamica più virtuosa di rapporto tra gli eletti e gli elettori, ma il sistema dei partiti deve saperne e volerne approfittare. La sciatteria nel disegno delle unità fondamentali per l’elezione dei nostri prossimi parlamentari è il primo indizio, purtroppo, e la conferma di un sistema politico del tutto indifferente ad allacciare rapporti più stretti con i cittadini.

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