Stefano Gaggero


Feb 24, 2018

Il voto in Europa

La nostra attuale legge elettorale ha un anno di vita, ne abbiamo alternate otto differenti in tutta la storia repubblicana, eppure già sappiamo che questo sistema non è destinato a durare, sempre che il prossimo parlamento riesca a trovare la maggioranza su un metodo alternativo. L’instabilità istituzionale italiana è da caso di studio, ma difficilmente troverà soluzione se i partiti non proveranno a costruire un sistema di voto con l’obiettivo di traguardare risultati di medio periodo rispetto al funzionamento del sistema politico attuale. In un circolo vizioso che è difficile stabilire dove abbia inizio, un po’ come nella storia dell’uovo e della gallina, la legge elettorale influenza il sistema politico e il sistema politico incide sulla legge elettorale.

Al sistema di voto ideale si chiede di realizzare una lunga lista di desideri: la composizione del parlamento deve corrispondere alla distribuzione del voto tra i partiti (cosiddetta “proporzionalità”), ma si deve anche favorire la composizione di un governo (“governabilità”); i cittadini devono poter incidere sulla scelta dei singoli eletti (“rappresentatività”), ma i partiti devono avere riconosciuto un ruolo (questo è l’Articolo 49 della Costituzione); deve esistere una separazione trasparente tra partiti di maggioranza e partiti d’opposizione che devono potersi succedere al governo di elezione in elezione (“alternanza”), ma è anche auspicabile che i diversi poli siano capaci di collaborare e dialogare costruttivamente su certi temi a esempio di natura costituzionale. Al sistema elettorale ideale probabilmente si chiederebbe anche altro, tutto questo mentre ogni forza politica e singolo parlamentare che ne ragioni cerca, in una certa misura in modo comprensibile e legittimo, di preservare i suoi immediati interessi.

Ora, cosa potrebbe succedere con sistemi elettorali differenti? Proviamo a verificarlo con alcune simulazioni, realizzate sulla situazione politica attuale e in base al consenso verso gli schieramenti misurati da Duetredue nell’ultimo aggiornamento del 16 febbraio. Teniamo presente che il sistema elettorale influenza i partiti, quindi con sistemi differenti avremo una differente organizzazione dei partiti, forse avremmo anche partiti differenti, in alcuni casi non esisterebbero le coalizioni, le campagne elettorali sarebbero diverse e la distribuzione dei consensi potrebbe variare in modo significativo. Il senso di queste simulazioni è di avere un’idea, nei limiti del possibile, di quello che potrebbe accadere con altri sistemi elettorali; serve anche a valutare per contrasto il funzionamento del “Rosatellum Bis”, che è il modo giornalistico di chiamare la nostra attuale legge elettorale.

Per prima cosa, possiamo confrontare l’attuale sistema elettorale con uno del tutto proporzionale. Sistemi proporzionali puri con soglie di sbarramento più o meno alte e aspetti tecnici differenti sono in uso in diversi paesi europei, come i Paesi Bassi o la Svezia: il loro effetto è di riprodurre in parlamento la proporzione nazionale esatta dei voti. È un sistema proporzionale puro negli effetti anche quello applicato in Germania: di base, metà degli eletti è votata con metodo maggioritario in collegi uninominali e la proporzionalità complessiva della distribuzione dei seggi è garantita con un meccanismo complesso di compensazioni. In questa ipotesi supponiamo di ricorrere a un sistema che mantenga lo sbarramento del 3%; il seggio della Valle d’Aosta è vinto dal Centrosinistra nel solito collegio uninominale, mentre gli altri 617 sono ripartiti in funzione dei voti. Il confronto dimostra l’effetto maggioritario dato dai collegi uninominali, pochi ma rilevanti, inclusi nel Rosatellum: il Centrodestra guadagna seggi a discapito di tutti gli altri schieramenti. Nessuna coalizione sarebbe vicina alla maggioranza assoluta; un’ipotesi di larga coalizione tra Centrosinistra e FI (cui potremmo attribuire, grossomodo, metà degli eletti del Centrodestra), arriverebbe intorno ai 288 seggi, 28 in meno della maggioranza.

 

ROSATELLUM

PROPORZIONALE

LeU

25

40

Csx

151

171

M5S

138

173

Cdx

304

234

estero

12

12

Un sistema proporzionale particolare è quello adottato in Spagna. Lì, infatti, i 350 seggi del Congresso dei Deputati non sono suddivisi tra i partiti secondo il voto nazionale, ma in 50 collegi plurinominali e due collegi uninominali per le città di Ceuta e Melilla sulla costa africana. In ogni collegio, non a livello nazionale, si applica una soglia di sbarramento del 3%. Ogni collegio elegge in media 7 deputati, ma poiché coincidono con le province hanno dimensioni varie: Madrid elegge 36 deputati e Barcellona 31, altri quattro collegi eleggono almeno 10 deputati, dieci ne eleggono almeno 7—cioè il numero medio—, 9 collegi eleggono solo due o tre deputati. Soprattutto nei collegi più piccoli, la soglia di sbarramento effettiva si alza sopra il 3%, questo perché meno seggi sono in palio, più voti servono per conquistarne uno. Il sistema spagnolo ha quindi l’effetto, in teoria, di rafforzare la rappresentanza dei partiti principali, che otterranno seggi anche nei collegi piccoli, senza far scomparire i partiti minori, soprattutto se presenti nei collegi più grandi o se sono partiti regionali capaci di essere maggioranza nel loro territorio. Per la nostra simulazione possiamo fare riferimento ai 63 collegi plurinominali per eleggere 617 deputati (la Valle d’Aostra ha sempre un collegio uninominale e teniamo a parte i 12 eletti all’estero). La dimensione media dei collegi sarebbe di 10 seggi e, poiché non seguono i confini delle province, avrebbero dimensioni omogenee da un minimo di sei seggi (tolto il Molise con tre) a un massimo di 13. Impiegando il sistema dei più alti resti per trasformare i voti in seggi, che è il medesimo oggi utilizzato in Italia, i risultati premierebbero Liberi e Uguali, per paradosso, che potrebbe eleggere diversi deputati grazie a un’efficiente disposizione dei resti. Per il resto, la situazione non sarebbe dissimile dal precedente scenario, salvo che il Centrosinistra scavalcherebbe, di poco, i pentastellati.

 

ROSATELLUM

PROPORZIONALE SPAGNOLO

LeU

25

47

Csx

151

173

M5S

138

171

Cdx

304

227

estero

12

12

Continuando a seguire i sistemi elettorali impiegati nei principali stati dell’Unione Europea, abbiamo l’uninominale semplice, impiegato nel Regno Unito, che compone parte del Rosatellum. Qui tutti i seggi sono assegnati in altrettanti collegi uninominali e in ogni collegio diventa deputato chi ottiene anche solo un voto di più dei suoi avversari. I risultati dipendono molto dal numero e dal disegno dei collegi, nonché dalla distribuzione del voto dei singoli partiti (un partito molto forte a livello nazionale ma coi consensi distribuiti in modo uniforme su tutto il territorio potrebbe eleggere meno deputati di un partito minore coi voti concentrati, e quindi maggioritari, in alcune zone). Per fortuna possiamo evitare di costruire ipotesi complicate e vedere cosa succederebbe se votassimo solo coi 232 collegi della parte uninominale del Rosatellum (assegnando a ciascun polo anche qui seggi in bilico dove si trova in vantaggio). Col 6,4% dei voti spalmati in tutti i collegi la lista di Grasso non entrerebbe in parlamento, mentre il Centrodestra otterrebbe il 68% dei seggi con il 37,1% dei voti, grazie a un vantaggio di quasi 10 punti sulla seconda coalizione. Il Centrosinistra, con i voti più concentrati nel Centro, scavalcherebbe il M5S nonostante uno svantaggio di qualche decimo di punto percentuale.

 

COLLEGI ROSATELLUM

LeU

-

Csx

44

M5S

30

Cdx

158

Una variante potenzialmente interessante del sistema inglese è la legge elettorale francese, che è allo stesso modo un maggioritario uninominale, ma con doppio turno. Questo significa che, in prima battuta, non è eletto deputato nel suo collegio quel candidato capace di ottenere anche solo un voto di più, ma quello che arrivi alla maggioranza assoluta dei voti. Se nessun candidato supera questa soglia, si svolge un secondo turno di ballottaggio. Una clausola importante è che al secondo turno accedono non solo i primi due candidati per numero di voti, come avviene nelle nostre elezioni amministrative per i comuni medio-grandi, ma tutti i candidati che abbiano ottenuto voti pari ad almeno il 12,5% di tutti gli elettori. Benché la Francia abbia un quadro politico storicamente frammentato, il sistema elettorale ha permesso la sopravvivenza di un sistema partitico variegato, la formazione di maggioranze nell’Assemblea nazionale e anche l’emarginazione di una forza politica antisistema come il Fronte Nazionale. Il metodo maggioritario infatti ha consentito di formare coalizioni o patti di desistenza (accordi per cui partiti non coalizzati accettano di non presentare candidati gli uni contro gli altri, in tutti o in alcuni collegi), la presenza del primo turno ha evitato la scomparsa dei partiti minori perché gli elettori possono scegliere il partito preferito al primo turno e quello che sentono più vicino, anche se non è il loro preferito in assoluto, al secondo, con la flessibilità data dalla clausola del 12,5% che permette anche alle forze politiche di accordarsi per ritirare il loro candidati quando più di due accedano al ballottaggio, il ballottaggio ha permesso di eleggere deputati rappresentativi di un’ampia percentuale dei votati e di mettere ai margini forze fuori dall’arco costituzionale, perché incapaci di raccogliere consensi tra gli elettori degli altri partiti. Applicato in Italia darebbe dei risultati non troppo lontani dal sistema uninominale semplice, ma bisogna tenere conto che forse le coalizioni sarebbero state costruite in modo differente (ad esempio possiamo chiederci se Forza Italia si sarebbe alleata con la Lega di Salvini in una coalizione formale). Il Centrodestra conterebbe sempre su un’ampia maggioranza, ma ridotta al 58% dei seggi. In questa simulazione, solo 12 deputati sarebbero eletti al primo turno (tre del Centrosinistra e nove del Centrodestra); per i ballottaggi possiamo stimare che il 60% dei voti di Liberi e Uguali vada al PD e il 30% al M5S, che laddove il PD è escluso dai ballottaggi il 30% dei suoi voti vada al M5S e laddove a essere esclusi sono i pentastellati il 50% dei loro consensi vada al Centrodestra. Rispetto all’esito nei collegi col Rosatellum, 25 sfide avrebbero esito differente perlopiù a discapito del Centrodestra.

 

COLLEGI ROSATELLUM

COLLEGI FRANCIA

LeU

0

0

Csx

44

58

M5S

30

40

Cdx

158

134

Questi sono piccoli esperimenti indicativi, utili per raffrontare il funzionamento del Rosatellum a quello di altri sistemi elettorali nonostante tutti i limiti che si pongono quando si tratta di ipotizzare gli effetti di una legge elettorale diversa in un dato quadro politico. Dato che l’Italia sembra destinata a varare la nona legge elettorale diversa in un settantennio di vita repubblicana, abbiamo pensato utile portarci avanti con la riflessione.

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