May 06, 2018

Genova meravigliosa che esclude i più deboli

Ci sono frasi che corrono di bocca in bocca, ripetute dai leader politici, ai tavoli dei bar, alle fermate degli autobus, tra alunni e professori, nei pranzi di famiglia della domenica, fino a sedimentarsi in ognuno di noi e tramutarsi in senso comune, fino a diventare il principale punto identitario della forza politica più votata del paese: “né di destra, né di sinistra”.

Alcuni di voi potrebbero replicare che i comportamenti e le politiche, soprattuto in campo economico, portati avanti dai due schieramenti negli ultimi decenni siano stati troppo spesso simili e ugualmente inadeguati, che il crollo del muro di Berlino ha segnato la fine delle ideologie e viviamo in una post-democrazia in cui non esistono più partiti e realtà collettive; tutto vero, concordo: il ‘900 é tramontato ed il mondo é cambiato radicalmente, ma, nonostante appartenga ad una generazione cresciuta con in sottofondo questo leitmotiv, in un paese in in cui la sinistra ha perso, anno dopo anno, sempre più credibilità e visione, credo ancora fermamente che le differenze tra destra e sinistra esistano, e che rimangano due modi diametralmente opposti di leggere le cause e gli effetti e agire sulla realtà che ci circonda.

Il sindaco Marco Bucci, la sua giunta e la sua maggioranza, in questo primo anno di amministrazione ci hanno fornito degli esempi particolarmente esemplificativi: di fronte ad una persona che chiede l’elemosina possiamo scegliere di schedarla, per criminalizzare il gesto, lasciandoci andare ad affermazioni becere del tipo “gli prenderei tutti a calci nel sedere”, oppure chiederci cosa non funziona nel sistema città se ci sono persone che mendicano. Di fronte a chi rovista nei cassonetti dei quartieri benestanti per cercare oggetti, cibo e vestiti scartati da altri, possiamo inventarci una nuova multa per punire tale comportamento, tentando maldestramente di farla passare come norma a favore dell’igiene pubblica quando l’opinione pubblica si indigna, oppure possiamo decidere di dedicare le nostre migliori energie e risorse per contrastare le cause della povertà estrema in cui sprofondano sempre più persone, italiani e stranieri, che abitano ai margini della nostra città. Di fronte alle centinaia di donne che si prostituiscono, magari a pochi metri da Palazzo Tursi, possiamo chiederci come arginare un fenomeno di degrado e ordine pubblico, per renderlo meno smaccatamente visibile, oppure portare alla luce la fitta trama di interessi economici che sta dietro ai corpi di quelle che si possono definire, senza se e senza ma, le schiave del nostro tempo. Ed infine si può scegliere di negare sostegno e patrocinio ad iniziative contro l’omofobia e la transfobia o che rivendicano pari diritti per tutti a prescindere dal proprio orientamento sessuale, come la ColorataCena e il Gay Pride, perché potrebbero dare fastidio alle “persone normali”, appellandosi ad un presunto e moderno senso civico che non vuole incentivare eventi “divisivi”, salvo poi lasciare che il Municipio Medio Levante conceda sale pubbliche ad associazioni che divulgano pubblicazioni di Hitler e Mussolini.

C’é un filo rosso che collega l’atteggiamento della destra genovese verso omosessuali, immigrati, prostitute, mendicanti e poveri: l’ipocrisia di chi non vuole realmente affrontare i problemi della città e delle vite dei suoi abitanti, ma nascondere la polvere sotto il tappeto. Nella Genova Meravigliosa non c’é spazio per tutti: il disagio sociale diventa degrado e problema di ordine pubblico, e non va affrontato ma rimosso, allontanato “dal salotto buono” della città, tolto dal campo visivo dei turisti e della Genova bene, perché infastidisce e contrasta con l’immagine di una città patinata ricoperta da tappeti rossi, dove i poveri muoiano pure ma in periferia o fuori confine, basta allontanarli con un daspo urbano; le diversità e le discriminazioni devono essere taciute e restare nell’ombra, perché potrebbero urtare la morale della Genova che conta. La Genova sobborgo di Milano altro non é che il progetto di una città monocolore, in cui i diritti sono appannaggio solo di alcuni, i poveri diventano criminali da allontanare e a cui fare la guerra, e mai il sintomo di un sistema profondamente ingiusto e per questo da cambiare. Oggi più che mai occorre dare spazio e forma ad una Genova aperta, inclusiva e solidale, in cui la guerra si fa alla povertà e alle diseguaglianze, perché il centro del proprio agire politico é ancorato alla dignità delle persone, ad una città capace di espandere diritti e opportunità, in cui le diversità possano coabitare e avere voce. Dimostriamo alla città che la sinistra e la destra non sono intercambiabili, e che possiamo ancora fare la differenza.

 

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