AGGIORNATO
20 GIUGNO, 2022
ORE 10:03 AM

A CURA DI
STEFANO GAGGERO
NINA RAGGI
PIETRO SPOTORNO

DOSSIER

Giovani e lavoro a Genova


RISPONDI AL QUESTIONARIO

Questo dossier è una prima analisi sul lavoro giovanile che abbiamo portato avanti grazie ai dati che avevamo a disposizione. Ora la vogliamo approfondire attraverso questo questionario anonimo. Se sei una giovane o un giovane under 35 raccontaci la tua esperienza. Puoi rispondere al questionario cliccando qui.


 

GENOVA, CITTÀ INOSPITALE
PER GIOVANI E GIOVANI ADULTI

Genova è una città divisa da profonde disuguaglianze: sempre più persone non trovano nella nostra città le opportunità di realizzarsi appieno in ciò che hanno scelto e partecipare alla collettività, anziché restare ai margini, in balia della lotteria del destino. La questione giovanile, cioè la situazione di emarginazione strutturale che colpisce larga parte delle persone giovani nella nostra città, è una allarmante declinazione di queste disuguaglianze. Genova è un luogo strutturalmente inospitale e avaro di opportunità per i giovani. Noi riteniamo che affrontare la questione giovanile debba essere la priorità tra le politiche comunali. La serietà della situazione emerge con due dati: il livello di immobilismo migratorio e quello di inattività dei giovani genovesi. Questi dati mettono in luce come, purtroppo, Genova costringa i giovani a una condizione di immobilismo, che mantiene emarginati tutti quelli che nascono e crescono in circostanze più fragili, con meno mezzi economici e strumenti culturali e sociali.

SALDO MIGRATORIO, RESIDENTI 18-39 ANNI

Tra le grandi aree metropolitane1 del centro-nord, Genova è quella con il saldo demografico di giovani e giovani adulti meno virtuoso (si tratta della differenza tra emigrati, chi se ne va, e immigrati, chi arriva, espresso in rapporto alla popolazione residente della stessa età2). Infatti, il saldo di Genova è pari al 13,5‰ nel 2019, a fronte del 34,9‰ di Bologna e del 29,4‰ di Milano3. Come si vede in tabella, il saldo migratorio genovese è costantemente tra i peggiori delle città considerate in tutto l’ultimo ventennio. Si tratta dunque di una tendenza strutturale e non di un dato episodico.

TASSO IMMIGRAZIONE, RESIDENTI 18-39 ANNI

Il saldo migratorio di Genova per le fasce di età dei giovani e giovani adulti, che potremmo definire anemico, è dovuto a una doppia tendenza, composta di movimenti molto limitati sia in entrata, sia in uscita dall’area metropolitana. Bologna, a esempio, ha un tasso di immigrati (cioè, appunto, di giovani e giovani adulti che si trasferiscono nell’area metropolitana) elevato: 63,1‰ contro il 33,8‰ di Genova4

TASSO EMIGRAZIONE, RESIDENTI 18-39 ANNI

Dall’altro lato, Bologna ha anche un saldo di emigrati (cioè di giovani e giovani adulti che si trasferiscono fuori dall’area metropolitana) più elevato rispetto alla nostra città: 28,2‰ contro il 20,2‰ di Genova5.

Le aree metropolitane con i saldi migratori più positivi hanno, come si è visto, questo tratto in comune: tassi di immigrazione sostenuti, ma anche tassi di emigrazione sostenuti. Un saldo migratorio significativamente positivo si verifica in aree metropolitane caratterizzante da un importante dinamismo di persone che vanno e di persone che vengono. Viceversa, come purtroppo nel caso di Genova, i flussi di giovani e giovani adulti sono stagnanti in entrata e stagnanti in uscita. I giovani e giovani adulti che se ne vanno risultano paradossalmente troppi per l’area metropolitana, anche se sono relativamente pochi a confronto con altri territori, perché non sono abbastanza numerosi i giovani e giovani adulti che arrivano. Qui emerge un problema strutturale della nostra città: la mancanza di movimento, in generale, dei giovani e giovani adulti nel suo territorio. Questo ci sembra un preciso indicatore, quasi metaforico, della questione giovanile in città, cioè dello scarso dinamismo che caratterizza la situazione giovanile a Genova.

EVOLUZIONE RESIDENTI 18-39 ANNI

All’esito di queste considerazioni, ricordiamo che Genova è una delle città e aree metropolitane meno giovani d’Europa. Infatti, presenta, sul totale della popolazione residente, una ridotta proporzione di giovani e giovani adulti, che qui calcoliamo come indicenza percentuale: 20,5% nel 2021; per contro, tra le altre aree metropolitane del centro-nord Italia, che abbiamo considerato fino adesso, a Torino o Firenze l’incidenza si aggira sul 22%, a Bologna e Padova sul 23%, a Milano e Bergamo sul 24%6.

L’invecchiamento della popolazione è un fenomeno comune a tutti i paesi cosiddetti occidentali e, tra questi, in Italia è particolarmente accentuato. Infatti, come si vede in tabella, l’incidenza di giovani e giovani adulti residenti è costantemente diminuita in tutte le aree metropolitane considerate. Il declino demografico e l’invecchiamento a Genova sono una questione di vecchia data. Infatti, si vede come la nostra area metropolitana parta da una posizione più arretrata rispetto alle altre. Il saldo migratorio anemico di Genova è una di quelle componenti strutturali che contribuiscono in modo determinante allo squilibrio demografico della nostra città, laddove i saldi demografici migliori delle altre aree urbane contribuiscono, come si vede, a contenere, se non invertire, analoghe situazioni di invecchiamento e squilibrio. Il problema per Genova non è ospitare mezzo milione o un milione di abitanti, ma costituire un tessuto urbano equilibrato e offrire opportunità. La mancanza di una quota ampia di popolazione giovanile, la mancanza cioè di equilibrio con la parte più anziana della popolazione, priva la città di pluralismo e diversità e, quindi, impoverisce tutte le persone che vi risiedono.

NEET E EMIGRATI RISPETTO AL TOTALE DEI GIOVANI GENOVESI

In circostanze di simile stagnazione, la nostra lettura è che il numero di giovani e giovani adulti che se ne vanno dall’area metropolitana genovese sia composto, in larga parte, di chi, letteralmente, fugge dalla città. L’emigrazione da Genova non si ricompone in un quadro di ricircolo di opportunità, cioè in un contesto urbano che offre a chi lo desideri, in condizione di parità con le altre persone, la possibilità di costruire la propria vita a Genova o altrove. Risponde di più, invece, a un «si salvi chi può», tale per cui se ne va dalla nostra città chi può farlo, perché ha i mezzi economici per permettersi il trasferimento e quelli culturali per poterlo immaginare e organizzare. Già in una precedente pubblicazione del centro studi di Genova che osa abbiamo dimostrato come i tassi di emigrazione giovanile a Genova siano più intensi dai quartieri benestanti, e siano aumentati in modo esponenziale in corrispondenza delle recenti crisi economiche7.

Il rovescio della medaglia, infatti, si vede nelle condizioni dei giovani che restano. Il 21% delle persone giovani nella nostra regione è inattivo: si tratta delle persone cosiddette NEET, acronimo inglese che significa “not in education, employment or training”, ovvero che non sta seguendo un percorso di istruzione, né di lavoro, né di formazione8.

Per tratteggiare un profilo riassuntivo della situazione giovanile nell’area metropolitana di Genova, possiamo unire i dati disponibili raccontati fino ad adesso, anche se in parte disomogenei, per concludere che circa 34.000 giovani e giovani adulti9 su 148.000 (il 23%) sono o inattivi o fuggono ogni anno dal nostro territorio.

IL PROBLEMA
DEI CATTIVI LAVORI

Individuiamo diverse cause, che interagiscono tra loro, per spiegare l’inospitalità di Genova per giovani e giovani adulti. In generale, parliamo di una città poco ospitale per i giovani, che offre poche opportunità: un'Università poco appetibile, una ridotta proposta di attività di svago, un clima culturale poco fervido o, comunque, poco calibrato sulla fascia d’età giovanile, la mancanza di spazi per sviluppare relazioni e attività creative, la carenza di aree verdi e strutture sportive. Abbiamo già trattato diversi di questi aspetti, ad esempio con le nostre proposte in materia di recupero degli spazi per attività creative e culturali o con il “Manifesto della notte”.

Questo dossier si occupa di una nuova dimensione che concorre a causare l’inospitalità di Genova: il lavoro. La nostra convinzione è che la questione giovanile di Genova trovi le sue ragioni anche nella mancanza di lavori di qualità nella nostra città, ovvero lavori che siano:
1. stabili;
2. ben retribuiti, cioè, come dice la costituzione (articolo 36), in modo proporzionato alla quantità e qualità dell’attività svolta e «in ogni caso sufficiente ad assicurare... un'esistenza libera e dignitosa»;
3. sostenibili nei tempi e nei carichi di lavoro, nell’impegno richiesto e in un rapporto di sano equilibrio con la vita personale;
4. personalmente gratificanti, in termini di prospettive di carriera, riconoscimento sociale e, soprattuto, per citare di nuovo la costituzione (articolo 4), corrispondenti alle «proprie possibilità e la propria scelta».

Se si considera che 34.000 giovani e giovani adulti all’anno sono del tutto inattivi o, quando possono permetterselo, scappano dall’area metropolitana di Genova10, siamo di fronte a un numero così alto che le ragioni del fenomeno non possono essere rimandate in maniera assoluta alla responsabilità dei singoli; al contrario, questa cifra mostra con evidenza che il problema di Genova è strutturale e politico e, come tale, richiede soluzioni politiche e collettive, anche perché, nel tempo, è stato aggravato proprio dalla politica genovese.

OCCUPAZIONE PER SETTORE

Lo sbilanciamento di Genova (e della Liguria, per ragioni di comparazione, come subito si vedrà, con altri territori) verso i settori del commercio e della logistica si vede bene paragonando la situazione occupazionale della nostra regione con quelle della Lombardia, del Piemonte (i territori in teoria affini al nostro, per vicinanza), della Svezia occidentale (dove è situata Göteborg, città portuale e simile a Genova per popolazione), dell’Olanda meridionale (la regione di Rotterdam, anch’essa utile al confronto con Genova per la presenza del porto e per la popolazione) e di Lipsia (città industriale che, andata incontro ad un grave declino, ha avuto una ripresa tale da renderla esemplare in Europa). Nel nostro territorio, i settori del commercio e dei trasporti pesano il 30% dei lavoratori, cioè addirittura una volta e mezzo la percentuale di tutti gli altri territori considerati; nella regione di Lipsia il dato è del 24%, in quella di Rotterdam il dato è del 23%, in quella di Göteborg del 21%11. Se potessero sorgere dei dubbi che Genova, rispetto alla Liguria, possa presentare una situazione migliore, usciamo dalla comparazione con gli altri territori europei per fugarli subito. Infatti, secondo gli stessi dati ma risportati dall’ISTAT per l’area metropolitana, e riferiti allo stesso anno, lo squilibrio di Genova sui settori del commercio e dei rtrasporti è ancora più marcato: 34% degli occupati.

OCCUPATI NEL SETTORE DEL COMMERCIO

Vale la pena notare come lo squilibrio occupazionale della nostra regione sul commercio e i trasporti sia un dato ormai consolidato, costante nell’ultimo quindicennio, quindi rispondente a strategie politiche purtroppo immutate12.

OCCUPATI GIOVANILE PER SETTORE

Lo sbilanciamento occupazionale verso il commercio e i trasporti, letto a confronto con altri territori simili, già dimostra una fragilità lavorativa del nostro territorio; fragilità che si ripercuote soprattutto sui giovani.

OCCUPATI GIOVANI NEL COMMERCIO E TRASPORTI

La stessa tabella comparativa, ma riferita ai giovani lavoratori, dimostra come questi siano più suscettibili, ovunque, a essere occupati nei settori del commercio e dei trasporti, ma da noi ancora di più: il 48% della Liguria svetta contro il 43% della regione di Rotterdam, il 36% di quella di Göteborg e il 34% della regione di Lipsia13.

Nonostante alcune fluttuazioni di anno in anno, che potrebbero anche essere imputabili a variabilità statistiche, il dato dello sbilanciamento dell’occupazione giovanile sul commercio e i trasporti è, anch’esso, strutturale. Di nuovo, quindi, siamo di fronte a una circostanza che è stata costruita da scelte strategiche nel nostro territorio: un dato consolidato su cui è stato costruito il sistema lavorativo, rispondendo a interessi che, con ogni evidenza, non sono quelli della popolazione giovane.

REDDITO IMPONIBILE PER ETÀ

Possiamo ricostruire uno degli effetti ultimi di queste scelte: i livelli di reddito imponibile per età. Il dato ci racconta come, nel nostro comune, i giovani che hanno un reddito si collochino su livelli davvero molto bassi: 6.600 euro di imponibile fino a 24 anni, contro i 18.000 fino a 44 anni (pure un livello ridotto) per arrivare ai 29.000 delle persne tra i 45 e i 64 anni. I più giovani hanno un reddito imponibile palesemente ridotto rispetto alle altre fasce d’età: 1⁄3 dei 25-44enni, 1⁄5 dei 45-64enni e 1⁄4 degli over sessantaquattro14.
Questo non dovrebbe stupire quando sappiamo, in base a dati ISTAT riferiti al 2021, che nel commercio, solo per fare un esempio, le retribuzioni medie sono circa il 20% più basse del dato generale e gli orari di lavoro settimanali del 20% più lunghi. Insistere su questi settori come ambiti prevalenti di sviluppo strategico del nostro territorio, significa investire su settori che favoriscono l’emarginazione dei giovani. Riprendendo le considerazioni già svolte, di fronte a una simile struttura occupazionale, la politica cittadina (e regionale) non può imputare ai singoli giovani le responsabilità della loro emarginazione. Non esiste nessuna “cultura della pigrizia”, né un disinteresse verso il mondo del lavoro spiegato nei termini di una dinamica generazionale. Non esiste neppure un generalizzato vampirismo dei giovani, che si attaccano a strumenti come il reddito di cittadinanza pur di non fare nulla. Ricordiamo che, secondo i dati dell’INPS aggiornati a maggio 2022, il reddito nell’area metropolitana di Genova raggiunge appena 10.000 famiglie, con un importo medio di soltanto 530 euro.

L’aspetto centrale della questione è la mancanza di lavori di qualità nella nostra città (e regione). L’azione politica dovrebbe rivolgersi verso questo problema, per affrontare la questione giovanile. Non serve creare posti di lavoro se poi questi non sono adeguati. Da qui il nostro impegno nello svolgere un percorso di approfondimento e analisi del fenomeno e di messa in discussione della sua interpretazione, al fine di creare una diversa cultura del lavoro, nella convinzione che questa sia necessaria per rendere Genova una città ospitale, vivibile e gratificante per i giovani. Una città eguale e solidale, che dà a tutte e tutti, rimuovendo ogni ostacolo, la stessa possibilità di scegliere i propri percorsi di vita.

GENOVA, CITTÀ INOSPITALE
PER GIOVANI E GIOVANI ADULTI

Al momento, la narrazione attorno al fenomeno vuole rimandare un’immagine molto diversa da quella qui presentata, sia nella ricerca delle sue ragioni che nelle soluzioni proposte. Lo dimostrano numerose dichiarazioni a livello nazionale, tra le quali si possono ricordare quelle dello chef Alessandro Borghese (“Lavorare per imparare non significa per forza essere pagati”, “[i giovani] preferiscono tenersi stretto il fine settimana per divertirsi con gli amici. E quando decidono di provarci, lo fanno con l’arroganza di chi si sente arrivato. E la pretesa di ricevere compensi importanti. Da subito15”), Tiziana Fausti, imprenditrice nel mondo della moda (“lo Stato li mantiene a casa con la Naspi e il Reddito di cittadinanza16”) e Flavio Briatore (“il problema è che i ragazzi hanno perso il valore del lavoro: io da giovane raccoglievo le mele per due soldi, e lo facevo con passione. Adesso l’obiettivo è opposto, non lavorare. Lo ripeto: colpa del reddito di cittadinanza, una vera catastrofe17”).

Al di là degli imprenditori, però, occorre riflettere anche sulle parole dei politici, entrando anche più specificatamente nel contesto ligure e genovese. Particolarmente significative varie dichiarazioni del presidente della regione Liguria, Giovanni Toti: intanto il problema individuato è quello per cui “tantissimi alberghi e ristoranti sono costretti a limitare l'attività per problemi di mancanza di personale” e tale situazione “è dovuta certamente alle politiche del reddito di cittadinanza che, in parte, hanno tolto dal mercato alcune professionalità, quelle a minore specializzazione e più basso reddito18”. Per quanto riguarda le soluzioni proposte, l’assessore Ilaria Cavo insiste sulla necessità di avvicinare in maniera sistematica il mondo del lavoro a quello dell’istruzione, affermando che “proprio gli Istituti Tecnici Superiori, assieme all’Università, sono bacini dai quali le aziende possono attingere per le alte professionalità” e assicurando che “Noi continueremo a sostenere tutte le iniziative che, coinvolgendo le imprese nei piani di formazione, andranno incontro in maniera diretta alle loro necessità19”. Tali dichiarazioni aprono una grande e tragica parentesi sul rapporto tra istruzione e mondo del lavoro e, in particolare, sul ruolo ancillare e screditante associato alla prima in funzione del secondo. Una simile visione è inaccettabile e scandalosa, fortemente indicativa del bassissimo livello di considerazione dedicata alla creazione, per i giovani, di un contesto stimolante, arricchente, gratificante in entrambi gli ambiti.

Agghiacciante, tanto nei termini quanto nei contenuti, la dichiarazione di Dario Trucchi, presidente di Confcommercio Ventimiglia, il quale dichiara: “Non si riescono a trovare ragazzi che hanno voglia, finita la scuola, di farsi la stagione estiva. Penso a quello che facevo io a 14 anni, quando dopo l’alberghiero sapevo che mi sarei fatto la stagione e lavoravo 18 ore al giorno. Ora non riesci a trovare ragazzi e quei pochi che ci sono hanno anche delle pretese, perché è estate e vorrebbero avere un po’ più di tempo libero20”.

NOTE:

1. Salvo che sia diversamente specificato, i dati faranno riferimento al territorio della “città metropolitana”, ex provincia, così tenendo conto dei fenomeni riferiti all’area metropolitana di cui i rispettivi capoluoghi sono il centro nevralgico.

2. I movimenti migratori fanno riferimento ai trasferimenti di residenza, dalle e nelle aree metropolitane.

3. Saldo migratorio giovanile, popolazione residente 18-39 anni, area metropolitana, ISTAT.

4. Tasso di immigrazione giovanile, popolazione residente 18-39 anni, area metropolitana, ISTAT.

5. Tasso di emigrazione giovanile, popolazione residente 18-39 anni, area metropolitana, ISTAT.

6. Incidenza di giovani residenti, popolazione residente 18-39 anni, area metropolitana, ISTAT.

7. Dove vanno i giovani? Studio sulla mobilità degli under 35 a Genova, Tormena, 2017.

8. Tasso di NEET, popolazione residente 15-34 anni, area metropolitana, anno 2019, ISTAT.

9. Elaborazione del centro studi su dati ISTAT, popolazione residente 18-39 anni, area metropolitana, anno 2019.

10. Facendo una proporzione grossolana sarebbero 23.000 rispetto al solo comune di Genova.

11. Tasso di persone occupate sul totale (15-64 anni, % del totale), settori NACE Rev. 2, livello regionale, anno 2019, EUROSTAT.

12. Si veda nota precedente

13. Tasso di persone occupate sul totale nella fascia di età (15-24 anni, % del totale), settori NACE Rev. 2, livello regionale, anno 2019, EUROSTAT.

14. Reddito imponibile medio (euro) per età, comune di Genova, anno 2016, elaborazioni dell’Ufficio di statistica comunale.

15. Il Fatto Quotidiano, “Alessandro Borghese: “Lavorare per imparare non significa per forza essere pagati. I ragazzi vogliono compensi importanti, da subito”, 14 aprile 2022.

16. Il Corriere della sera, “Tiziana Fausti: «Io nemica dei giovani? No, ma serve più umiltà. Il lavoro non è un fastidio»”, 29 maggio 2022.

17. Il Fatto Quotidiano, “Dopo Borghese anche Briatore contro i giovani che vogliono essere pagati per lavorare. E riparte con l’attacco al Reddito di cittadinanza”, 17 aprile 2022.

18. Genova Today, “Turismo tra boom di presenze e mancanza di personale, Toti: «Colpa del reddito di cittadinanza.»”, 30 maggio 2022.

19. Genova Quotidiana, “Reddito di cittadinanza, Toti: «Sospensione per lavori stagionali e formazione obbligatoria»”, 23 gennaio 2022.

20. Riviera24.it, “Stagionali introvabili, ristorazione della provincia di Imperia in crisi”, 26 maggio 2022.

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