DOSSIER

La lotteria del destino

Dossier sulla povertà immateriale a Genova

A cura di Stefano Gaggero, Lorenzo Azzolini | Giugno, 2022

Un mondo ingiusto:
le persone in balia del destino

Quella delle disuguaglianze è la grande questione che dobbiamo affrontare. «La democrazia», ha affermato l’economista Joseph Stiglitz, «richiede una società nella quale il divario fra chi ha e chi non ha è ridotto, in cui esiste il senso di un destino comune, un impegno condiviso a estendere opportunità ed equità». Se il mondo, nel complesso, non sta diventando più povero, sta però diventando più diseguale. Nella nostra società globale organizzata secondo logiche capitalistiche, su cui intervengono processi diversi come la trasformazione del lavoro, l’innovazione scientifica e tecnologica, la finanziarizzazione dell’economia, il cambiamento climatico, cresce in fretta il divario tra poche persone benestanti e tante che restano indietro. Nell’ultima generazione, le crisi economiche, prima, e la crisi pandemica, adesso, hanno accelerato l’allargarsi delle fratture.

La questione delle disuguaglianze riguarda in modo particolare Genova, che subisce senza reagire molti degli effetti negativi dei cambiamenti globali in corso. Le disuguaglianze sono il nodo della crisi cittadina. Genere, età, orientamento sessuale, paese di origine, quartiere di nascita, accesso alla conoscenza e alle informazioni, rete di relazioni, condizioni di salute, occupazione… circostanze dettate dal caso, che si sovrappongono e s’intersecano, impediscono a un numero sempre più largo di genovesi di orientare i propri sforzi verso ciò che hanno scelto liberamente. Mentre, nella nostra città, poche persone prosperano, tante scivolano ai margini, perché private del potere di determinare in modo autonomo il proprio percorso e di partecipare in modo effettivo alla vita cittadina. Così, le fratture che si allargano impoveriscono Genova e ne alimentano il declino sociale, economico e generazionale.

Con questo dossier, che è la seconda edizione del dossier “La povertà a Genova”, pubblicato nel 2018, vogliamo contribuire a mettere in luce i fattori di povertà che costringono tante genovesi e tanti genovesi in una condizione di emarginazione. In particolare, vogliamo evidenziare la dimensione immateriale della povertà e l’ampiezza e diffusione delle disuguaglianze in città.

La nuova povertà è collegata al dato materiale. Le differenze nel valore dei salari, dei risparmi e delle case, le concentrazioni di ricchezze immobiliari e finanziarie… tutti questi fattori definiscono una larga frattura. A fronte di pochi che concentrano nelle loro mani un’ampia quota di risorse, c’è chi vive nell’indigenza e c’è chi vive ai limiti della povertà.

Il moltiplicarsi delle situazioni di tante persone le cui condizioni, per effetto delle più varie circostanze, oscillano sopra e sotto la soglia della povertà materiale, in una costante ristrettezza, precarietà e discontinuità di risorse, è una delle trasformazioni più serie che riguardano in modo rilevante anche Genova. Da un lato, è un fenomeno in crescita e difficile da percepire, perché fluttuante e confuso, che sfugge alle forme tradizionali di tutela e assistenza del welfare. Dall’altro, alimenta precarietà e incertezza, che generano un immediato malessere economico e una fragilità e incertezza continua delle condizioni di vita.

La nuova povertà, poi, è collegata al dato immateriale. I concetti di povertà, di fragilità devono essere ampliati. Infatti, per usare le parole di Amartya Sen, la povertà «non è solo mancanza di denaro», è «non avere la capacità di realizzare il proprio pieno potenziale come persona». Così, importano le condizioni di fragilità riconducibili al ceto di appartenenza, allo status sociale individuale e familiare, alla provenienza, alle relazioni e opportunità cui si ha accesso; la nuova povertà è una condizione legata agli strumenti di cultura di cui si dispone, dove cultura va intesa nell’accezione data da Antonio Gramsci come «capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti cogli altri uomini». Con una società organizzata secondo logiche meritocratiche, su criteri di concorrenza e competizione, un sistema scolastico che tende a perpetuare le disuguaglianze anziché ridurle, le politiche del welfare in parte superate e in parte smantellate, in una città come Genova afflitta in modo cronico da stagnazione e chiusura la povertà è esplosa negli anni.

È ingiusto un mondo, ed è insostenibile, in cui le persone siano in balia del destino. Ed è ingiusta e insostenibile Genova adesso. Mentre le situazioni di fragilità si moltiplicano, in una città immobile, la priorità della nostra città non può consistere nel promuovere il benessere di chi sta già bene, tutelare le rendite di posizione, favorire gli interessi dei grandi investitori. Genova non ha futuro come città plastificata, ridotta a vetrina per i turisti e dormitorio di lusso sul mare per pochi privilegiati. L’attuale idea di sviluppo che governa Genova è quella di arricchire ancora di più chi è già ricco, mentre per tutti gli altri basteranno le briciole che avanzano.

Noi vogliamo promuovere una completa inversione di priorità, per cui la lotta alle disuguaglianze deve essere l’obiettivo principale. Genova ha futuro come città per tutti, non per pochi: egualitaria e solidale.

Le cinque dimensioni
del benessere

Il dossier indaga cinque dimensioni fondamentali del benessere (o malessere, quindi della povertà). La prima dimensione è quella del reddito e riguarda, dunque, una dimensione materiale. Le altre quattro dimensioni, invece, riguardano elementi immateriali del benessere. Per ogni dimensione sono misurati due aspetti. Per una prima analisi sintetica, è possibile costruire, per ognuna delle cinque dimensioni, una media delle valutazioni qualitative riferite a ciascun aspetto indagato.

Valori pari a 4 e a 5 indicano situazioni di benessere per ciascuna dimensione oggetto della ricerca; valori di 3 rappresentano uno stato che non è di benessere, né di malessere, dunque ai limiti di una situazione di povertà; valori inferiori, 1 e 2, corrispondono invece a circostanze di chiaro malessere, indicano quindi una condizione di povertà.

Ciò premesso, il primo elemento che salta all’occhio è quello di una condizione che, in media, a Genova risulta mediocre. Infatti, il valore medio per la dimensione del reddito e delle informazioni si aggira poco sotto a 3; il valore medio per la dimensione della conoscenza è poco superiore a 3. La dimensione dell’autonomia è quella che presenta il valore medio più sbilanciato nel campo negativo, pur non scendendo sotto il 2, attestandosi su 2,737. Solo la dimensioni delle relazioni è sbilanciata nel campo dei valori positivi, pur non salendo sopra il 4, segnando 3,466. Il fatto che la dimensione materiale del reddito rappresenti una situazione di fragilità media assieme a dimensioni immateriali come, in particolare, quella dell’informazione e quella dell’autonomia è coerente con l’osservazione che la povertà materiale e la povertà immateriale, sebbene consistano di situazioni differenti, si muovono appaiate. Da dati quantitativi riferiti a Genova e raccolti dal nostro centro studi, prodotti da ISTAT e ufficio statistico comunale, sappiamo, a esempio, che i più alti tassi di scolarizzazione si ritrovano nei quartieri coi più alti livelli di reddito. Le due differenti dimensioni si alimentano tra loro e hanno una forte connotazione di ceto e territoriale. Hanno una connotazione di ceto nel senso che le due dimensioni della povertà tendono ad alimentarsi reciprocamente nelle persone che provengono dai contesti familiari e sociali più fragili; territoriale nel senso che le persone fragili tendono a vivere negli stessi quartieri, a esempio nella zona del Polcevera, che è l’area più vulnerabile di Genova, mentre le persone più benestanti sono in prevalenza concentrate nella sottile fascia cittadina che dalle alture di Castelletto si allunga fino a Nervi, passando da Manin, Albaro, Quarto. La situazione di più netta povertà in riferimento alla dimensione dell’autonomia è particolarmente preoccupante, perché incide in modo negativo sulla capacità di partecipazione politica e di impegno sociale della cittadinanza. È però un dato che rappresenta fin troppo fedelmente la situazione di Genova. In una città che rivendica l’impegno civico come forte tradizione, ma sta attraversando un lungo declino caratterizzato da immobilismo e stagnazione, possono maturare sentimenti di sfiducia, apatia e anche cinismo, diretti dall’idea che una certa direzione degli eventi non possa essere alterata e che le persone “normali” non possano fare nulla per avere una voce in capitolo e contare. Dall’altro lato, è interessante notare come la dimensione che segna il risultato più (moderatamente) positivo, ovvero quella delle relazioni, sia la dimensione in qualche modo più personale, intima e in qualche modo protetta dai cambiamenti esterni.

Il quadro diventa più sfaccettato se iniziamo a guardare, per ogni aspetto delle cinque dimensioni, la distribuzione delle situazioni di benessere e malessere, in modo da farci un’idea su quanto i valori medi siano polarizzati, cioè sul livello di disuguaglianza per ogni ambito. Così facendo, emergono quattro aspetti che presentano situazioni particolarmente sbilanciate (diseguali) verso il campo del malessere (povertà). Il primo di questi aspetti appartiene alla dimensione del reddito e consiste della capacità di arrivare alla fine del mese con le proprie risorse economiche: a fronte di un dato medio pari a 2,806, l’8% delle persone riporta la massima difficoltà nell’arrivare a fine mese (“1”), cioè quasi il quadruplo di quelle che, al contrario, a fine mese arrivano con la massima facilità (“5”). Il medesimo sbilanciamento si trova nel campo della conoscenza, per come le persone si trovano di fronte alle grandi trasformazioni in corso: con una media di 2,675, il 7% è molto spaventato (“1”), appunto quasi quattro volte chi è molto sereno (“5”). La sproporzione verso il malessere cresce in modo sensibile nella dimensione delle informazioni, quando si valuta come le persone si pongono rispetto all’affidabilità delle informazioni dell’autorità (istituzioni, enti, professionisti, esperti e tecnici): con una media di 2,77, il 9% ritiene di accedere a informazioni ben poco affidabili (“1”), quasi nove volte chi invece reputa di accedere a informazioni molto affidabili (“5”). Infine, lo squilibrio più grande è nella dimensione dell’autonomia, con riferimento al potere delle persone di cambiare la società: con un dato medio sensibilmente basso di 2,497, il 16% giudica di avere un potere nullo, cioè quasi 13 volte chi ritiene di avere un potere d’incidere molto alto.

Tutte le dimensioni, dunque, tranne quella delle relazioni, presentano un aspetto con un dato medio sensibilmente spostato verso il campo negativo, che è condizionato da una consistente sproporzione di persone che versano nella condizione di maggiore fragilità (valore pari a 1) rispetto a quelle che stanno meglio (valore pari a 5). Il rapporto di disuguaglianza è molto ampio in tutti i casi e va da quasi 1:4 fino quasi 1:13.

Sulle note positive, tre aspetti presentano valori medi che si spostano in modo sensibile nel campo del benessere e sono dati da un’alta sproporzione di persone che presentano il maggiore benessere, rispetto a quante invece sono più fragili. Due di questi aspetti compongono la dimensione delle relazioni, il terzo cade nella dimensione della conoscenza. Così, la percezione della propria presenza nella società (valore medio: 3,517) è molto negativa solo per il 2% a fronte del 7% per le quali è molto positiva (con un rapporto di 0,3). L’ambito delle relazioni con le altre persone trova un valore medio di 3,723, con il 2% di persone che riportano una situazione estremamente negativa a fronte del 12% che riporta all’opposto una situazione molto positiva (rapporto di 0,1). Infine, la frequenza di relazioni con altri è nulla per il 3% delle persone, che sono lo 0,4 di quante riportano frequenze molto assidue.

Reddito

La dimensione del reddito è l’unica che in questo dossier, concentrato principalmente sugli aspetti della povertà immateriale, indaga un aspetto materiale del benessere. La dimensione è esplorata sotto l’aspetto delle aspettative di evoluzione del reddito e sotto l’aspetto della sua adeguatezza attuale.

Nel complesso, il 35% delle persone arriva a fine mese con difficoltà o grande difficoltà, mentre solo il 21% con facilità o molta facilità. Come già detto, chi trova grandi difficoltà è l’8%, quasi una persona su 10. A fronte di situazioni economiche nel complesso mediocri e precarie e di uno sbilanciamento verso condizioni di povertà, prevalgono le aspettative di miglioramenti del reddito (22%), contro quelle di peggioramento (12%). Tuttavia, per due persone su tre l’aspettativa è che il reddito resti immutato.

Aspettativa sul reddito

Come ritieni possa evolvere il tuo reddito nel prossimo anno?

Arrivare a fine mese

Come riesci ad arrivare alla fine del mese?

Ai due aspetti qualitativi relativi al reddito, la nostra ricerca ha affiancato un terzo dato, di controllo, di natura quantitativa. Questo dato riguarda la distribuzione per fasce dei redditi percepiti. Il dato quantitativo conferma le valutazioni qualitative sopra esposte. Infatti, Genova presenta una situazione di redditi molto sbilanciati verso il basso: il 63% delle persone non supera i 26.000 euro, mentre appena il 9% va oltre i 55.000. Questo ovviamente incide sulla distribuzione dei redditi complessivi, che è molto concentrata nelle mani di pochi. Infatti, dai dati dell’ufficio statistico comunale (aggiornati al 2017), sappiamo che il 6% dei contribuenti più ricchi (circa 27.000 persone) percepisce complessivamente 5 volte i redditi guadagnati assieme dal 26% dei contribuenti più poveri (circa 121.000). In altre parole, le 26.000 persone più ricche mettono assieme un quarto di tutti i redditi percepiti in città, mentre le 121.000 più povere raccolgono appena il 5%. Va anche detto che questo dato non tiene conto delle concentrazioni patrimoniali e finanziarie, che, se fossero considerate, andrebbero molto probabilmente ad allargare ancora di più la forbice tra ricchi e poveri genovesi.

Ammontare del reddito

Indicativamente a quanto ammonta il tuo reddito anno?

Informazioni

La dimensione delle informazioni cerca di indagare i mezzi a disposizione delle persone per orientarsi nel mondo. L’accesso alle informazioni è particolarmente importante in una società a complessità crescente, per essere in grado di accedere a opportunità, occasioni, servizi, cure. Gli ostacoli nell’accesso alle informazioni, sia perché non si riescono a reperire, sia perché non si riescono a decifrare oppure perché non si reputano adeguate, soddisfacenti o affidabili, comprimono in modo immediato e sensibile le capacità di sviluppo personale e di partecipazione sociale.

Accesso alle informazioni

Come valuti l’accessibilità delle informazioni importanti?
(Accesso ai servizi e alle cure, notizie politiche, informazioni su previdenza e lavoro etc..)

Nel complesso, il 39% delle persone giudica di potere accedere bene o molto bene alle informazioni importanti, contro un’opposta situazione, comunque non marginale, del 27%. Tuttavia, le informazioni delle autorità vengono in prevalenza ritenute di cattiva qualità, non affidabili, con il 39% delle persone che le giudica negativamente o molto negativamente. Poter accedere alle informazioni ha un’utilità relativa se poi queste non le si reputa utili. Nella pandemia abbiamo visto direttamente come la crisi delle informazioni (da autorità come medici, esperti, tecnici del campo sanitario in particolare in questo caso) possa incidere in modo rilevante sulle condizioni di benessere personali.

Affidabilità delle informazioni

Come valuti l’affidabilità delle informazioni istituzionali?
(Informazioni da enti pubblici, dalla stampa, da professionisti etc..)

Autonomia

La dimensione dell’autonomia punta a esplorare il potere che le persone hanno (o meglio, percepiscono di avere) d’incidere liberamente sulle proprie scelte di vita individuali e collettivamente, come cittadinanza sulle grandi scelte collettive. La capacità di autodeterminarsi e di partecipare in modo effettivo alle scelte pubbliche è una componente essenziale della dignità umana, nonché, coerentemente, il pilastro costitreutivo delle istituzioni democratiche. Inoltre, l’apprezzamento di questa capacità dà un metro di misura delle capacità di attivazione civica oppure di apatia e sfiducia della cittadinanza. Come si è già detto, in una città sfibrata come Genova, il malessere sulla dimensione dell’autonomia è un segnale da evidenziare.

Il 30% delle persone reputa di avere un potere limitato o molto limitato di autodeterminare le proprie scelte personali, contro il 28% che invece ritiene di avere margini ampi o molto ampi. Il dato peggiora quando guardiamo alla capacità di contribuire liberamente alle scelte collettive. Infatti, il 52% delle persone  ritiene di non avere nessuno o poco potere di incidere, di queste in particolare il 16% valuta di non avere alcun potere. Solo il 16% giudica di poter incidere e di queste appena l’1% di poterlo fare con il più ampio margine di libertà. 

Potere di autodeterminarsi

Come valuti il tuo potere di scegliere liberamente il tuo percorso di vita?
(Scelte di studio, lavoro, stile di vita etc...)

Potere di cambiare la società

Come valuti il potere delle persone come te di cambiare la società in cui vivono?
(Norme sociali, leggi, grandi processi, trasformazioni economiche, ambientali etc...)

Conoscenza

La dimensione della conoscenza è indagata su due aspetti che cercano di apprendere il livello di consapevolezza nel porsi relativamente al mondo circostante e alle sue trasformazioni, da un lato, e in rapporto agli altri individui, dall’altro. È in questo senso un tentativo di analizzare il livello di benessere culturale nella definizione di “cultura” data da Gramsci nella citazione riportata sopra, cioè non come accumulo più o meno organizzato di nozioni ma come capacità di mettersi in relazione a ciò che sta intorno.

Rispetto alle grandi trasformazioni

Come ti senti di fronte alle trasformazioni della società?
(Cambiamenti economici, sociali, dei costumi etc..)

Rispetto alla presenza nella società

Come valuti la tua presenza nella società?
(In famiglia, a lavoro, con gli amici, nella vita associativa)

I due aspetti oggetto dello studio sono piuttosto polarizzati tra loro. Mentre le persone si pongono mediamente in una condizione di preoccupazione, quindi negativa, rispetto ai cambiamenti, hanno però una percezione positiva della propria presenza in società. Rispetto al primo aspetto, il 52% delle persone è spaventato o molto spaventato dalle trasformazioni in corso. È questo l’aspetto che presenta la più alta percentuale di risposte negative assieme a quello relativo al potere di cambiare la società. Non è un caso che i due elementi presentino percentuali simili, perché si può dedurre che s’influenzino reciprocamente. In un contesto di declino come quello di Genova, da un lato dalla sfiducia e dall’apatia verso l’impegno politico deriva la forte preoccupazione verso le trasformazioni in corso, dall’altro questa stessa forte situazione di spavento alimenta la convinzione che non sia possibile, per il singolo, contare.

Relazioni

L’ultima dimensione è quella che indaga un aspetto immateriale più personale come le relazioni di conoscenza e amicizia con gli altri. È, come si diceva, la dimensione che presenta i valori più positivi. La dimensione relazione è ovviamente essenziale per il benessere di una persona ed è una dimensione che è stata messa a dura prova dalle quarantene e altre misure di contenimento del Covid-19. Gli aspetti indagati riguardano la qualità percepita delle relazioni con gli altri, da una parte, e la frequenza, dall’altra.

Relazioni con altri

Come valuti le tue relazioni con altre persone?
(Familiari e sentimentali, lavorative, amicali, di vicinato etc…)

La qualità delle relazioni è l’aspetto che riporta i risultati migliori di tutta la ricerca. Il 71% delle persone è soddisfatto o molto soddisfatto, contro il 9% che lo è poco o per nulla. La frequenza delle relazioni invece introduce, in qualche modo contraddittoriamente, un quadro comunque positivo ma leggermente differente. Oltre un 3% di persone con non incontra mai i suoi amici, un altro 18% lo fa con cadenza annuale; il 42% ha incontri con cadenza mensile, il 37% almeno settimanale.

Frequenza relazioni

Quanto spesso incontri le tue e i tuoi amici in un anno?

Nota metodologica

I dati contenuti nel dossier sono riferiti al comune di Genova. I dati sono stati raccolti tramite sondaggio svolto con metodologia CAWI nel mese di settembre 2021. Sono state raccolte 389 risposte; il margine di errore è del 5%, in un intervallo di confidenza del 95%.

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