DOSSIER

La questione femminile a Genova: povertà e disuguaglianze

A cura di Stefano Gaggero, Nina Raggi, Pietro Spotorno | Marzo, 2022

Le disuguaglianze contro le donne sono una delle questioni prioritarie da affrontare per costruire un mondo più uguale e solidale. Fattori di povertà materiale e immateriale, che si intrecciano e si sovrappongono tra loro, impediscono la piena realizzazione personale e la partecipazione alla società di metà della popolazione del pianeta. Le disuguaglianze contro le donne sono un fattore strutturale, su cui la nostra società e organizzata dall’inizio della storia. Si tratta dunque di una questione che non riguarda solo la nostra città. Tuttavia, è nelle città stagnanti come Genova—dove il divario tra chi ha e chi non ha si allarga, dove le opportunità sono sempre meno e accessibili a sempre meno persone—che le questioni legate alle disuguaglianze si aggravano. La questione femminile, così come la questione generazionale, si sta aggravando nella nostra città e richiede il prioritario impegno della politica per essere affrontata.

Questo approfondimento mette in luce, in un contesto di generale impoverimento della città, una situazione di arretramento delle donne rispetto agli uomini, su due dimensioni: la dimensione dell’accesso alle risorse materiali, economiche, e quella della proiezione personale e della partecipazione nella società. La nostra città è un posto dove le donne hanno molti meno mezzi materiali per vivere le loro vite, rispetto agli uomini, e si muovono in una situazione di preoccupazione rispetto a quello che le circonda e di maggiore emarginazione. Seguendo una tendenza di lungo periodo, che coinvolge anche Genova, le donne della nostra città sono più istruite degli uomini. Questo fa sì che le donne genovesi, nonostante la loro situazione di fragilità, possano, almeno sulla dimensione culturale, essere meno povere degli uomini. Questo elemento accende anche una luce rispetto alle strade per affrontare la questione femminile: il contributo dell’educazione, della scuola è fondamentale. I segnali si vedono pure in una città come la nostra dove la scuola fatica a svolgere il suo ruolo di contrasto alle disuguaglianze, per problemi didattici e per problemi strutturali di pianificazione della città: a Genova esiste un territorio, quello della Valpolcevera, dove vivono 3.500 studentesse e studenti delle superiori che non hanno accesso a un istituto secondario di secondo grado nel loro territorio.

La povertà
materiale

La prima dimensione esaminata è quella della povertà materiale (in particolare riferita al reddito e alla situazione economica personale), dalla quale emerge subito una situazione di profondo squilibrio a sfavore delle donne genovesi. Il primo dato riguarda il reddito annuo personale: in una situazione di fragilità complessiva, le donne che percepiscono un reddito inferiore a 26’000€ sono il 70% a fronte di un 59% degli uomini. Queste cifre rivelano due realtà della situazione lavorativa femminile: da un lato il fatto che il tasso di occupazione femminile sia minore di quello maschile (in base all’ISTAT solo il 45% degli occupati genovesi è costituito da donne); dall’altro, la disparità di incarichi professionali e salari (secondo l’ISTAT nel nord-ovest, ad esempio, le donne sono solo il 30% dei dirigenti e il 78% degli occupati a tempo parziale).

La disuguaglianza è ancora più ampia quando esaminiamo il secondo dato, ovvero quello relativo alla percentuale di persone che arrivano con difficoltà o grande difficoltà alla fine del mese. Qui, infatti, le donne che dichiarano difficoltà economiche sono il 43% contro il 25% degli uomini. Ci si può chiedere perché si registri un divario quasi del doppio, quando la disuguaglianza economica indicata dal primo dato, sebbene significativa, non sia così ampia. Un’ipotesi è che le donne, essendo caricate del lavoro di cura familiare, percepiscono in modo più marcato il peso delle spese e, quindi, la limitatezza di risorse.

Il terzo dato, ovvero l’aspettativa che il reddito diminuisca nell’anno successivo, non presenta un particolare divario tra donne e uomini, tuttavia manifesta una situazione negativa per le donne genovesi. Infatti, il 12% delle donne si aspetta un impoverimento a fronte di un quasi equivalente 11% degli uomini. Leggendo il dato alla luce dei due precedenti, però, colpisce che, in una situazione già decisamente svantaggiata per le donne, le prospettive di peggioramento siano le stesse.

La povertà
culturale

La seconda dimensione esaminata è la ricchezza culturale, intesa come la capacità di orientarsi nel mondo (accesso alla informazioni, elaborazione delle informazioni, percezione del proprio ruolo). Pur partendo da una situazione di significativo svantaggio materiale, la povertà femminile sui vari indicatori riferita a questa dimensione è nettamente inferiore a quella maschile. Bisogna notare, in generale, come i valori della povertà femminile e maschile siano in generale molto elevati su tutti gli indicatori riferiti a questa dimensione: le situazioni di fragilità, infatti, oscillano per indicatore da percentuali del 25 fino a percentuali superiori al 50.

Un dato che sintetizza la differenza tra uomini e donne è quello della percentuale di laureati: infatti, il 28% delle donne ha una laurea contro il 22% degli uomini. È ragionevole credere che il completamento del percorso scolastico contribuisca all’emancipazione quantomeno sulla dimensione culturale. Con tutte le critiche al sistema scolastico genovese che possono e devono essere sollevate, queste percentuali indicano comunque il ruolo positivo dell’educazione.

Un altro aspetto che può influire su questa dimensione e, in particolare, sull’accesso e l’elaborazione di informazioni, potrebbe essere legato alla responsabilità di cura familiare delle donne. Nello specifico, il primo dato relativo a questa dimensione riguarda il giudizio sull’accessibilità delle informazioni importanti: il 25% delle donne la giudica scarsa o molto scarsa contro il 30% degli uomini; un simile divario si registra sul giudizio in merito all’affidabilità di queste informazioni: il 35% delle donne si fida poco o molto poco delle informazioni istituzionali contro il 43% degli uomini.

Il secondo gruppo di dati riguarda gli aspetti della percezione della capacità di autodeterminarsi. Le differenze tra uomini e donne sono un poco meno marcate, ma la percentuale di donne povere su questi aspetti è comunque inferiore a quella degli uomini: il 27% delle donne giudica di avere poco o nessun potere di determinare le proprie scelte personali, a fronte del 33% degli uomini; inoltre, il 50% delle donne giudica di avere poco o nessun potere sulle scelte collettive, contro il 54% degli uomini.

La povertà
relazionale

La terza dimensione esaminata è la povertà relazionale, intesa come il ruolo che le donne percepiscono di avere e hanno nella società e nei rapporti con le altre persone. Rispetto a questa dimensione, la povertà delle donne assume una dimensione analoga, o leggermente peggiore, a quella degli uomini. Un’ipotesi che possiamo compiere, per offrire una chiave di lettura, è che il ruolo strutturalmente emarginato cui le donne sono strette nella nostra società, insieme alle condizioni di più marcata povertà materiale, incida su questa dimensione immateriale, nonostante una sensibile situazione di minore povertà culturale.

Il primo dato preso in esame riguarda la percentuale di genovesi che provano paura o molta paura di fronte alle grandi trasformazioni sociali in corso. Come tante genovesi e tanti genovesi si ritengono impotenti di incidere sulle scelte collettive, in modo corrispondente tante e tanti hanno paura dei cambiamenti in corso: il 55% delle donne e il 48% degli uomini. Questo dato segna una situazione nettamente peggiore per le donne e appare in contraddizione con quanto detto rispetto alla povertà culturale. Su questa misura di proiezione verso il mondo le donne subiscono probabilmente tutte le costrizioni della loro emarginazione.

Meno ampio il divario su un’altro aspetto relazionale, ovvero la percentuale di chi giudica poco o per nulla importante il proprio ruolo nella società: il 14% delle donne e il 16% degli uomini. Sono percentuali comunque elevate (oltre una persona su dieci), rispetto alla misura di una situazione di percezione di irrilevanza sociale.

Circa una persona su dieci giudica poco o per nulla soddisfacenti le proprie relazioni: 9% delle donne e 10% degli uomini. Questo dato si intreccia col precedente a mettere in evidenza un’area di grave emarginazione relazionale che riguarda una fetta consistente di nostre concittadine e concittadini. Nell’esaminare questi dati si deve anche tenere conto degli effetti della pandemia sulla qualità delle relazioni e la salute psicologica delle persone.

Infine, il 69% delle donne contro il 65% degli uomini stringono un numero limitato di nuove conoscenze all’anno. Si tratta di valori molto ampi, su cui pesa in generale la scarsa attitudine a sviluppare nuove relazioni man mano che si diventa adulti e si invecchia. Lo scarso in negativo registrato dalle donne è, probabilmente, di nuovo condizionato da costruzioni sociali che tendono a scoraggiare la popolazione femminile ad avere un protagonismo sociale.

L’approfondimento del dossier “La lotteria del destino” mette in evidenza le disuguaglianze in termini di povertà tra donne e uomini a Genova. I dati originali raccolti dal centro studi di Genova che osa riguardano sia dimensioni materiali della povertà, sia dimensioni immateriali. Lo studio si concentra in particolare sulle dimensioni immateriali, che hanno una grande rilevanza, tanto ampia quanto sottovalutata nel discorso pubblico, nel limitare la qualità della vita. La povertà, infatti, come ha detto l’economista Amartya Sen, «non è solo mancanza di denaro», più in generale «è non avere la capacità di realizzare il proprio pieno potenziale come persona». Le trasformazioni sociali avvenute anche a Genova e gli effetti delle crisi economiche e poi della pandemia hanno consolidato una situazione, in particolare nella nostra città, tale per cui il più gran numero di circostanze dettate dal caso, molte delle quali non sono legate a una dimensione materiale, si sovrappongono e s’intersecano impedendo a un numero sempre più largo di genovesi, di orientare i propri sforzi verso ciò che hanno scelto liberamente.

Con riferimento specifico alla condizione delle donne, non stupisce scoprire una netta disuguaglianza rispetto agli uomini con riferimento alla povertà materiale. Come si è descritto nell’approfondimento, incide in modo determinante l’emarginazione femminile nel lavoro: maggiore inattività unita a occupazioni di minore qualità.

Nonostante una condizione materiale peggiore, le donne registrano una situazione di minore impoverimento sugli aspetti culturali del benessere immateriale. Il ruolo dell’educazione spicca in positivo: viene da chiedersi quale impatto positivo più importante potrebbe avere se fossero superati i problemi noti del sistema scolastico, inclusi quelli specifici di Genova. Come è emerso da altre nostre ricerche, infatti, la scuola a Genova fa molta fatica nello svolgere il suo ruolo di contrasto delle disuguaglianze e si deve confrontare anche con seri problemi di pianificazione (a esempio, l’intero territorio della Valpolcevera cui fanno riferimento 3.500 studentesse e studenti delle superiori non ha un istituto secondario di secondo grado).

La situazione femminile di nuovo peggiora, rispetto a quella maschile, se l'indagine sulla povertà immateriale volge lo sguardo alle situazioni relazionali e di rapporti nella società. Qui emergono i limiti della condizione femminile, che è relegata a un svolgere ruoli sociali in secondo piano rispetto agli uomini.

I dati contenuti nel dossier sono riferiti al comune di Genova. I dati sono stati raccolti tramite sondaggio svolto con metodologia CAWI nel mese di settembre 2021. Sono state raccolte 389 risposte; il margine di errore dei sottogruppi per genere è del 7%, sia per le donne, sia per gli uomini, in un intervallo di confidenza del 95%.