Referendum, e poi


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La Costituzione non va difesa da ogni modifica, ma dalle modifiche di parte e da quelle dannose. Dire No a questa riforma va in questa direzione, ma non basta. Difendere il sistema attuale ha senso solo per non peggiorarlo, ma certamente può essere migliorato. Dopo il No a questo referendum, ci sarà altro. Questo è uno stimolo a pensare il futuro della rappresentanza.

di Niccolò Iurilli

 

Alla convention democratica di quest’anno, forte della sua esperienza di Presidente e di costituzionalista, Barack Obama ha aperto il suo intervento con un ragionamento mirato. La Costituzione degli USA, ha detto, “non era un documento perfetto”, ma fin dall’origine vi era radicata “una stella polare che avrebbe guidato le future generazioni”, cioè “un sistema di governo rappresentativo - una democrazia - attraverso cui (…) realizzare meglio i nostri più elevati ideali”. Eventi storici come la guerra civile hanno fatto sì che il testo costituzionale fosse migliorato “per includere le voci di quelli che prima erano stati lasciati fuori”. Così, "gradualmente, abbiamo reso questo Paese più giusto, più eguale e più libero”.

A breve saremo chiamati a esercitare la nostra quota di potere costituente tramite un referendum confermativo (o, come sottolineano alcuni, oppositivo). Oggetto del quesito è una riforma che, in caso di sua approvazione, di certo non ci precipiterà in un baratro autoritario il giorno dopo, ma che gradualmente (per riprendere le parole di Obama) danneggerà l’impianto democratico della Repubblica.

Non è una riforma marginale, come molti ripetono. La diminuzione del numero dei parlamentari ha conseguenze sul funzionamento delle camere. Le commissioni saranno compromesse. Meno deputati e meno senatori compieranno il lavoro di analisi e approfondimento delle proposte di legge che lì si svolge regolarmente. Quando le commissioni lavoreranno in sede deliberante, cioè approvando le leggi senza passare dall’assemblea, si conteranno sulle dita i rappresentanti che l’hanno votate. Oltre ad amplificare il ruolo della cosiddetta casta, le camere saranno meno efficienti, per via dei regolamenti che consentono alle minoranze di spostare l’iter legislativo in assemblea, con un forte allungamento dei tempi. Si snatura l’essenza del lavoro in commissione, sede in cui la società civile viene ascoltata dagli eletti e dove questi controllano l’operato del Governo. Meno parlamentari significa meno potere e meno trasparenza per i cittadini.

A poco vale il confronto numerico con i parlamenti degli altri Paesi. Se in valore assoluto è vero che l’Italia ha più eletti di alcune democrazie occidentali, ciò è falso nella realtà. Il paragone non tiene conto della diversità delle forme di governo, delle funzioni delle singole camere e delle leggi elettorali. Due esempi. In Germania, la camera bassa ha ben 709 membri (numero non fisso, anzi in aumento a ogni elezione), quella alta 69. La somma è sì inferiore al numero dei parlamentari italiani, ma quei 69 rappresentano i singoli Stati federati, i quali a loro volta hanno tutti un proprio parlamento, con anche più di 200 eletti ciascuno. Similmente, nelle due assemblee del Congresso USA siedono 535 persone, ma ogni Stato ha un proprio parlamento bicamerale. Nel complesso, i cittadini sono più rappresentati e su più livelli.

Questo non si può dire dell’Italia. Oggi il centrosinistra governa insieme al M5S. Entrambi sembrano privi di idee su come capire e come cambiare la società in cui viviamo. Dalla parte opposta c’è una destra fortissima, con idee precise: abbandonare gli ultimi, togliere voce alle minoranze, usare le istituzioni per profitto personale. Una riforma costituzionale è per definizione un patto tra tutte le legittime forze politiche. Il fatto che i grandi partiti abbiano votato questa riforma almeno una volta sulle quattro votazioni previste è una circostanza dettata dal solo calcolo politico. Una modifica della Costituzione dovrebbe essere fuori da qualsiasi accordo di governo, sempre di parte.

Di Maio ha citato una proposta di Nilde Iotti per portare acqua al mulino del Sì. Iotti aveva proposto la riduzione del numero dei parlamentari, ma lo fece pensando a una revisione generale del sistema dei poteri, in cui il Parlamento sarebbe stato più centrale: l’opposto dell’antiparlamentarismo di oggi - non solo grillino, ma latente anche nei partiti progressisti. Per Iotti erano cruciali una legge elettorale proporzionale e la presenza effettiva dei Consigli regionali. La situazione oggi è diversa.

La Costituzione non va difesa da ogni modifica, ma dalle modifiche di parte e da quelle dannose. Dire No a questa riforma va in questa direzione, ma non basta. Il numero dei parlamentari non è sempre stato fisso, fino al 1963 era proporzionale agli abitanti dei collegi. Difendere il sistema attuale ha senso solo per non peggiorarlo, ma certamente può essere migliorato. Dopo il No a questo referendum, ci sarà altro. Questo è uno stimolo a pensare il futuro della rappresentanza. Democratizzare i centri di potere dev’essere una priorità per le forze progressiste. I cittadini devono avere voce nei diversi livelli della politica, dal municipio o dal comune al Consiglio regionale e infine al Parlamento italiano e a quello europeo. Oggi non è così: i cittadini italiani a malapena sanno chi è il loro rappresentante nelle diverse istituzioni. Inoltre, a seconda del luogo in cui vivono, esistono profonde differenze nel modo in cui le persone sono rappresentate. Negli ultimi vent’anni, a partire dalla riforma del Titolo V della Costituzione, abbiamo assistito a stravolgimenti della rappresentanza, con il voto determinante delle forze del centrosinistra.

Sono state sostanzialmente abolite le province, e l’introduzione delle città metropolitane, amministrate dal sindaco del capoluogo, porta in secondo piano la partecipazione dei comuni dell’hinterland circostante. In Liguria, il Consiglio regionale è stato ridotto da 50 a 30 membri (quello della Valle d’Aosta ne ha 35; il Trentino-Alto Adige 70, ripartiti tra le due province autonome). Il Consiglio comunale di Genova è stato dimezzato da 80 a 40 membri. Al contrario, all’estero ci sono esperienze virtuose, che collegano la rappresentanza delle circoscrizioni a quella della città intera, pur nella diversità dei sistemi amministrativi: Manchester ha 96 consiglieri, Amburgo 123, Parigi 163. La vicenda italiana mostra che diminuire la quantità di eletti non migliora la qualità della politica.

Aumentare i rappresentanti non è la sola soluzione, se non si corregge il resto del sistema. Il nostro Paese è indicato come ‘democrazia difettosa’ nel Democracy Index dell’Economist, con un punteggio di 7,52 su 10 (gli altri Paesi europei stanno in media tra 8 e 9,8). La percezione di uno Stato come democratico da parte dei suoi cittadini è legata alla effettiva democraticità dell’accesso al potere. Una democrazia funziona se c’è una relazione tra rappresentante e rappresentati. In Italia non c’è accountability dei politici nei confronti dei cittadini. Si dimentica che la prima responsabilità di un esponente delle istituzioni è politica, non penale. Una politica irresponsabile non vede più i propri errori. Da questo nasce il sentimento ‘anti-casta’: i costi del sistema rappresentativo non sono il vero problema.

La maggioranza dei cittadini e i residenti non cittadini non votano, perché il sistema democratico-rappresentativo non è più attrattivo o non gli è permesso votare: non hanno comunque la possibilità di cambiare le cose. Questo bisogno venne intercettato sotto molti aspetti dai Cinque Stelle e da vari candidati civici nel centrosinistra, ma a tutte le forze politiche è mancato il coraggio di dare risposte. Quel bisogno oggi è più attuale che mai. Solo includendo le voci di chi rimane fuori possiamo, gradualmente, rendere questo Paese più giusto, più eguale e perciò più libero.

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