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RESCUE ON MEDITERRANEAN
Darrin Zammit Lupi | Reuters

34.361 persone hanno perso la vita cercando di raggiungere le coste dell'Europa negli ultimi 15 anni.

INTRODUZIONE

LA SOLUZIONE E' ACCOGLIERE

I numeri raccontano di persone, anche quando parliamo d’immigrazione e di stranieri: donne e uomini, giovani e vecchi. Di fronte a chi scappa dalla tirannia e dalle persecuzioni, dalla guerra, dalla fame e dalla miseria, di fronte a chi si muove alla ricerca di occasioni per migliorare la propria vita, spesso giocandosi quel poco che ha, non servono tante riflessioni: la soluzione è accogliere. Un profugo in fuga ha diritto di asilo. Uno straniero che lascia il proprio paese per cercare fortuna in Europa non è in nulla e per nulla diverso da un genovese che parte dalla sua città per costruirsi una vita a Londra, a Parigi, a Berlino, salvo che avrà un altro colore della pelle e sarà più povero. Il passaporto che ci capita casualmente in mano alla nascita non può essere una condanna a vita, né le frontiere possono essere muri invalicabili e barriere alla solidarietà tra persone.

Il passaporto che ci capita casualmente in mano alla nascita non può essere una condanna a vita, né le frontiere possono essere muri invalicabili e barriere alla solidarietà tra persone.

Certo, accogliere è difficile, il percorso per l’integrazione e la convivenza è lungo e impegnativo, ma, come diceva Don Gallo, «prima l’accoglienza e poi le difficoltà le affronteremo». La solidarietà non ci toglie nulla; non è retorico ricordare che ci arricchisce. Come dimostra anche il nostro dossier sulla povertà, le condizioni di emarginazione nel nostro Paese e a Genova non hanno nulla a che vedere con l’immigrazione. Anzi, contrapporre gli italiani più fragili ai migranti ha il solo effetto di indebolire gli uni e gli altri. Contro quelle forze politiche di destra che vogliono un mondo dove pochi ricchi diventano sempre più ricchi, tutti gli esclusi non dovrebbero accontentarsi nelle briciole ma fare fronte comune per chiedere uguaglianza e solidarietà.

Potrà sembrare scontato scriverlo, ma crediamo nella verità della dichiarazione dei diritti: «tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti» e «devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza». È un punto di valore, un dato di giustizia. Troppo a lungo la sinistra si è arresa al senso comune, anziché cercare di affermare le proprie idee e valori. Da qui, intendiamo partire a Genova: vogliamo studiare e andare parlare con le persone nella nostra città.

MIGRANT CRISIS
Yannis Behrakis | Reuters

DOSSIER

MIGRANTI A GENOVA

Il dossier raccoglie tanti dati con l’ambizione di aiutare a conoscere meglio il contesto in cui viviamo. Siamo convinti che la conoscenza dei fatti sia imprescindibile per svolgere un discorso pubblico ragionato e consapevole. Senza conoscere la realtà, è inimmaginabile anche solo pensare di realizzare il cambiamento.

A cura di Stefano Gaggero e Lorenzo Azzolini, Centro Studi Genova che osa

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LA POPOLAZIONE MONDIALE

Nel 1960 eravamo 3 miliardi; su 100 persone 7 vivevano in America settentrionale, 7 in America latina e Caraibi, 14 nell’odierna Unione europea e 8 nel resto d’Europa e Asia centrale, 3 in Medio Oriente e Africa settentrionale, 8 nell’Africa sub-sahariana, 34 in Aria orientale e Pacifico e 19 in Asia meridionale.

Popolazione per macroregioni

Fonte: BANCA MONDIALE

Oggi, 58 anni dopo, siamo due volte e mezzo di più: 7 miliardi e 600 milioni di persone. Tra noi, 5 su 100 vivono in America settentrionale, 9 in America latina e Caraibi, solo 7 nell’Unione europea e 5 nel resto d’Europa e Asia centrale, 6 in Medio Oriente e Africa settentrionale, 14 nell’Africa sub-sahariana, 30 in Aria orientale e Pacifico e 24 in Asia meridionale.

Di qui al 2050 diventeremo 9 miliardi e 700 milioni, ma la crescita demografica non sarà uniforme. Ogni 100 esseri umani ne troveremo 4 in America settentrionale, 8 in America latina e Caraibi, appena 5 nell’Unione europea e 4 nel resto d’Europa e Asia centrale, 7 in Medio Oriente e Africa settentrionale, ben 23% nell’Africa sub-sahariana, 25% in Aria orientale e Pacifico, 24 in Asia meridionale.

Popolazione per ricchezza

Fonte: BANCA MONDIALE

Già oggi consumiamo risorse in quantità pari a 1,7 volte la capacità della terra di rigenerarle, cioè ci troviamo a vivere in debito di risorse dal 2 agosto fino al resto dell’anno: salvo radicali cambiamenti la situazione non migliorerà. Solo il 16% di noi vive in paesi ad alto livello di reddito, il 35 abita in paesi a reddito medio-alto, il 40 a reddito medio-basso e il 9 in paesi a reddito basso.

Non stupirà leggere che le persone tendono ad andarsene dalle aree più povere (e più popolose) per andare in quelle più ricche (e meno abitate). Peraltro non tutti si muovono, né tutti quelli che lo fanno vengono in Europa, tanto meno in Italia. Nel 2012 il saldo migratorio (la differenza tra gli emigrati che se ne vanno e gli immigrati che arrivano) dell’America settentrionale è stato positivo (quindi ha visto più immigrati di emigrati) fino ai 6 milioni di persone, quello dell’Unione europea i 3 milioni; allo stesso tempo quasi 7 milioni di persone hanno lasciato l’Asia meridionale, 2 l’Africa sub-sahariana e altre 2 l’America latina e i caraibi. Non solo i luoghi benestanti ricevono migranti: in Medio Oriente e Africa settentrionale il saldo migratorio è stato positivo per 1 milione.

Saldo migratorio

Fonte: BANCA MONDIALE

LA POVERTA' NEL MONDO

Nel mondo è radicata una miseria diffusa e di proporzioni difficili da figurare. Le disuguaglianze tra gli Stati ricchi e gli altri sono profonde. A parità di potere d’acquisto e a prezzi costanti, il prodotto interno lordo per abitante nei paesi più ricchi è quasi il triplo rispetto ai paesi con reddito medio-altro, è sette volte più grande rispetto ai paesi a reddito medio-basso e 27 volte e mezzo il PIL per abitante nei paesi a reddito basso. Non solo, la ricchezza per abitante nei paesi più poveri è pure cresciuta più lentamente rispetto a quella nei paesi più ricchi.

PIL pro capite

Fonte: BANCA MONDIALE

Il 47% degli abitanti nei paesi a reddito basso vive ogni giorno con meno di 1,90 dollari a parità di potere d’acquisto. Il 47% di quelli nei paesi a reddito medio-basso vive con meno di 3,20 dollari e il 29% degli abitanti degli stati con reddio medio-alto vive con meno di 5,50 dollari, contro l’1,8% nei paesi ricchi.

Povertà < 1,90$

Fonte: BANCA MONDIALE

Povertà < 3,20$

Fonte: BANCA MONDIALE

Povertà < 5,50$

Fonte: BANCA MONDIALE

Le baraccopoli sono casa di quasi un quarto delle persone negli stati con reddito medio-alto, del 32% nei paesi a reddito medio-basso e del 65% in quelli a reddito basso. Gli stati ricchi conoscono delle periferie con realtà di seria emarginazione ed estrema povertà, ma nessuno vive in baraccopoli nella nostra parte del mondo.

Popolazione nelle baraccopoli

Fonte: BANCA MONDIALE

I MIGRANTI NEL MONDO

Il numero d’immigrati nel mondo è andato crescendo col crescere della popolazione, ma è anche andato aumentando in rapporto al numero di abitanti della terra. Nel 1960, 72 milioni di persone sulla terra vivevano in un luogo dove non erano nate, 24 esseri umani ogni 1.000; mezzo secolo dopo il numero è più che triplicato a 243 milioni, cioè 34 persone ogni 1.000. Se fossero una nazione, gli immigrati sarebbero la quinta più popolosa della terra, dopo Cina, India, USA e Indonesia; per quanto numerosi, restano appena il 3% della popolazione mondiale.

Gli immigrati che vivono nell’Unione europea sono 54 milioni, circa l’11% della popolazione europea. È un numero certamente aumentato dagli 11 milioni di mezzo secolo fa, nel mezzo del miracolo economico post bellico, quando gli immigrati nell’UE erano il 3% della popolazione.

Oltre Atlantico, negli USA il numero d’immigrati raggiunge il 15% della popolazione complessiva: circa due immigrati su cinque nel mondo vivono o negli USA o nell’UE, cioè i due luoghi più ricchi del globo. Ciò non di meno, gli immigrati che vivono nell’Unione europea e negli USA sono appena l’1% di tutta la popolazione della terra.

Migranti nel mondo

Fonte: BANCA MONDIALE

Migranti nell'UE

Fonte: BANCA MONDIALE

I RICHIEDENTI ASILO NELL'UE

Guerre civili, terrorismo e altri conflitti partecipano purtroppo ad alimentare il numero persone in fuga. Negli ultimi anni la situazione sull’altra sponda del Mediterraneo è andata deteriorandosi ed è cresciuto il numero di richiedenti asilo nell’Unione europea. Aumentando in Europa, naturalmente i numeri sono cresciuti anche in Italia, che come sappiamo si trova proprio al centro del bacino mediterraneo. Va però detto che, sia in rapporto alla popolazione, sia in numeri assoluti, il nostro Paese sia di recente sia storicamente è stato meno accogliente di altri, come la più grande Germania, la Svezia che è un paese di dimensioni medio-piccole, o Grecia, Malta e Cipro. Soprattutto nel 2015 il movimento di persone è stato significativo nell’area balcanica, tra Austria e Ungheria.

Richiedenti asilo nell'UE (totale)

Fonte: EUROSTAT

Al massimo, nel 2017, il numero di richiedenti asilo nel Bel Paese è stato pari al 2 per mille della popolazione, ovvero lo 0,2%. Nell’anno dove fino adesso, in tutta l’UE, sono arrivate più persone, cioè il 2015, il numero di richiedenti asilo in Italia è stato dell’1 per mille, contro il 18 per mille dell’Ungheria, il 17 della Svezia, il 10 dell’Austria, il 6 di Finlandia e Germania, il 4 di Lussemburgo, Belgio, Malta e Danimarca.

Richiedenti asilo nell'UE (per 1000 abitanti)

Fonte: EUROSTAT

Accoglienza e ricchezza

Si discute tanto di una riforma della normativa sull’accoglienza dei richiedenti asilo nell’Unione europea che stabilisca un principio di solidarietà tra gli Stati membri. In effetti, come si vede, gli Stati dell’Unione non si sono mai comportanti in maniera uniformemente generosa nell’accogliere, sia in rapporto ai loro livelli di benessere, sia in rapporto alle dimensioni. In un mondo ideale dove la solidarietà tra gli Stati membri fosse totale, la disposizione sul grafico seguirebbe una linea retta diagonale dall’angolo in basso a sinistra verso quello in alto a destra. Va evidenziato come, tranne nel 2017, l’Italia si sia sempre collocata a sinistra di questa diagonale virtuale, a significare un’accoglienza inferiore a quella che ci si potrebbe attendere in una situazione ideale, risultando poco solidale a confronto con la vicinissima, più piccola e un po’ meno ricca Repubblica di Malta.

Contributi

L’alleanza contro la povertà

Si potrebbe scrivere e discutere per ore sui dati raccolti e analizzati in questo ottimo lavoro. Molteplici potrebbero essere gli approcci al tema a cominciare dai ritardi e dalle mancanze che hanno caratterizzato gli ultimi 15 anni di vita politica del nostro Paese. Un periodo peraltro che ha coinciso con una crisi economica e sociale devastante che ha svelato in modo impietoso la crisi culturale che, di fatto, ci ha impedito di trovare strade e percorsi per uscirne. Questo il vero limite di oggi che, per troppo tempo, abbiamo sottovalutato e che rischia di condannare una/due intere generazioni alla rassegnazione, al precariato come unico modello di vita e ad una vita complessiva peggiore di chi ci ha preceduto. E’ utile dunque cominciare a mettere in fila riflessioni che scaturiscono dalla ricerca che stiamo commentando ma, è altrettanto necessario, domandarsi chi deve leggere e studiare questi dati. A chi servono prima di tutto per provare a portare il Paese fuori dalla crisi? Occorre dunque chiamare in causa le Istituzioni che invece, appaiono, al netto delle diverse appartenenze, incapaci di costruire in grado di invertire alcuna tendenza. Certamente non lo possono fare le Istituzioni locali/Enti Locali, volutamente massacrate negli ultimi anni da una vulgata legata ai “costi della politica” e quindi, fortemente depotenziate se non cancellate (si pensi alle province) e, dall’altra parte, ridicolizzate da misure nazionali che hanno eroso praticamente tutte le risorse necessarie in particolare sul welfare. Un dato su tutti: dal 2007 al 2013 il fondo per le politiche sociali nazionali (ossia le risorse statali trasferite agli enti locali) è passato da circa 2 miliardi di euro a poco più di 280 milioni. Un taglio di quasi l’80% attuato dai tre governi che si sono succeduti in quel periodo (Prodi 2, Berlusconi 4 e Monti). Certo, gli enti locali non sono chiamati a legiferare come le Regioni ma sono la prima istituzione a diretto contatto con i cittadini. E dunque le Regioni? Neppure queste paiono nelle condizioni di poter operare scelte in controtendenza, impegnate come sono a salvaguardare ciascuna le proprie cose (chi la forza della produttività, chi le forme speciali date dalla Costituzione, etc). Emerge sempre più, infatti, un “turbo federalismo” - se così vogliamo definirlo - che ha sviluppato forme politiche di autismo, perfettamente coerenti con la fase politica che stiamo vivendo. Manca totalmente una solidarietà tra le stesse Regioni capace di realizzare nei fatti quel federalismo solidale spesso evocato e sempre meno reale. Del resto nulla di più ci si può aspettare di fronte ad allo scollamento tra territorio e governo nazionale.

Rimane quindi il quadro istituzionale nazionale. Per come siamo fatti, per l’articolazione costituzionale su cui è fondato il nostro Paese, diventa difficile ipotizzare un Governo nazionale capace di dare risposte adeguate ad un Paese profondamente diverso da nord a sud e da est a ovest. Ancor di più con in questo quadro di debolezza istituzionale e politica generale. Ci sono certamente misure importanti come, ad esempio, il Reddito d’inclusione, in vigore dal 1° gennaio 2018. Una misura unica a livello nazionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale che prova a invertire la tendenza rispetto alla situazione ben descritta in questa ricerca. Certamente un risultato di grande portata, dopo decenni di disinteresse della politica italiana nei confronti di chi sta peggio ma che, alla luce del momento che abbiamo e stiamo vivendo, ancora insufficiente per porre reali rimedi. Un Reddito d’Inclusione destinato esclusivamente ad alcuni poveri danneggia sia chi vive oggi nell’indigenza sia chi rischia di cadervi domani. Occorre rendere la misura universale ma, al tempo stesso, occorre mettere in campo altre significative iniziate per evitare che il REI risulti, come oggi, l’unica soluzione. Come Arci facciamo parte dell’Alleanza contro la povertà che nei mesi scorsi ha proposto di adottare un Piano Nazionale contro la Povertà 2018-2020. Il Piano, non casualmente, prevede uno sforzo per sostenere l’attuazione del Rei a livello locale, con l’impegno congiunto di Stato, Regioni e altri attori coinvolti per creare le condizioni affinché i soggetti del welfare locale possano tradurre il Rei in pratica. Questo per sottolineare come diventi urgente e necessario ricostruire un quadro Istituzionale davvero in grado di rispondere con politiche adeguate ai mali del nostro tempo. E per fare politiche adeguate occorre studiare e saper leggere la realtà e questo Paese ha tremendamente bisogno di una classe politica e di Istituzioni che abbiano voglia di tornare a farlo.