Stefano Gaggero


Jan 28, 2017

REDDITO MINIMO DI AUTONOMIA

La proposta consiste nell’istituzione di un reddito minimo d’autonomia comunale, secondo il modello di Bari. Lo strumento in questione prevede l’attribuzione di un assegno mensile, e un insieme di servizi per garantire a tutti una vita dignitosa, attraverso la promozione di percorsi di autonomia personalizzati: studio, formazione, collocamento, educazione, terapia, riabilitazione o assistenza.

Affinché possa trattarsi di una sperimentazione efficace, il reddito minimo di autonomia dovrà essere selettivo, secondo le condizioni economiche, e potrà essere universale solo nella fascia d’età giovanile (ad esempio 25-34 anni).

Pensiamo quindi a un assegno mensile rivolto ai giovani, per aiutarli a superare la soglia di povertà assoluta (819 €/mese per il giovane che vive solo), proporzionale al bisogno e alle condizioni economiche di provenienza, unitamente ad un sistema di servizi messi in rete dal Comune per aiutare a trovare una casa e un’occupazione.

Il processo burocratico per accedere a queste opportunità deve essere necessariamente il più semplice possibile. Il Comune ha il compito di mettere a sistema i servizi pubblici, le associazioni del Terzo Settore e il tessuto imprenditoriale per dare una prospettiva alla realtà generazionale giovanile. Si può immaginare un unico ufficio comunale preposto a gestire il reddito minimo, il sistema degli spazi per le attività creative e imprenditoriali e degli alloggi in affitto, cosicché chiunque sia interessato possa trovare in uno stesso luogo le risposte necessarie ad avviare un percorso di autonomia.

L’esigenza di rivolgere questo strumento innanzitutto ai giovani è sostenuta da ulteriori considerazioni sul reddito, sull’occupazione e sulla situazione giovanile in complessiva. Per erogare il reddito con efficacia, il Comune deve necessariamente offrire dei servizi, motivo per cui possono essere messe in rete anche le opportunità di talent garden e di sviluppo d’imprese di FILSE, la Finanziaria Ligure per lo Sviluppo Economico, in un contesto più organico.

Con 20 milioni di euro all’anno il reddito può raggiungere una platea che varia da un minimo di 2.000 ad un massimo di 4.000 giovani beneficiari residenti in città, sul totale di 55 mila 25-34enni. Il reddito minimo va pensato come una forma di emancipazione contro la crisi dell’attuale sistema economico-sociale, perché se tutti sono messi in condizione di vivere in modo dignitoso possono dare il loro contributo nella società. È la strada per muoversi verso un diverso modello economico, se non vogliamo lasciare ai giovani solo la via della precarietà e del precariato lavorativo.

Il reddito minimo d’autonomia dovrebbe essere stabilito a livello nazionale, se non europeo: noi l’abbiamo chiesto almeno a livello regionale, il Comune può farlo su scala ridotta, per dimostrarne l’effettivo funzionamento. A Genova in particolare il reddito minimo dev’essere concepito come un investimento per creare un contesto che permetta ai giovani di restare in città, e mettersi in gioco.

La conclusione di questa proposta è affidata ad un’altra riflessione concreta: il reddito è una politica di welfare preventivo per la realtà delle politiche sociali, ambito in cui Genova investe pochissimo (136 €/ab., solo Palermo fa peggio tra i grandi Comuni, rivolti per il 99,5% all’assistenza e solo per lo 0,5% alla prevenzione). La cifra di 20 milioni di euro annui, per il reddito d’autonomia, corrisponde a circa 33 € pro capite.

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