Regionali 2020, i numeri della sconfitta

Regionali 2020: numeri e dati sulla peggiore sconfitta nella storia della sinistra ligure

INTRO
Per vincere bisogna superare
cinismo e facili consolazioni

Le elezioni regionali sono arrivate e passate in un lampo, quasi senza campagna elettorale, in un momento difficile. Toti ha vinto di nuovo e noi, la sinistra, per l’ennesima volta ci troviamo a perdere nella nostra regione.

Questo risultato mette noi progressisti in grande difficoltà, non solo perché siamo di fronte a una sconfitta, ma per le caratteristiche di questa sconfitta, per come è arrivata, per come è maturata, per le conseguenze che avrà.

Di fronte a questa sconfitta, tutte e tutti noi abbiamo osservato che, in fondo, ogni cosa è andata secondo un copione che pareva già scritto, come chiunque si aspettava. Ma quante e quanti di noi hanno tirato un sospiro di sollievo il giorno dopo le elezioni? Alla fine poteva andare peggio, ci siamo detti. Nonostante tutto la sinistra si è presentata unita, assieme al M5S dopo tanti anni, il programma di Sansa che è arrivato tardissimo conteneva qualche spunto interessante, alcune tra le elette e gli eletti dell’opposizione sono persone nuove su cui si potrà fare affidamento.

Sono considerazioni vere, ma qui corriamo un primo pericolo. È il pericolo della consolazione e noi vogliamo mettere in guardia contro questo pericolo. Perché è vero che in teoria sarebbe potuta andare peggio—e abbiamo rasentato questo rischio molte volte—, ma nella realtà non è mai andata peggio di così.

Noi possiamo affermare un’idea diversa della Liguria e di Genova, possiamo affermare una società più eguale e più solidale, possiamo tornare a vincere le elezioni e possiamo sconfiggere la destra guidata da Toti e da Bucci, ma per farlo non dobbiamo e non possiamo accontentarci di quello che abbiamo. Non basta un programma con alcuni spunti interessanti, ma serve una nuova cultura di sinistra. Non bastano alcune elette ed eletti nuovi, ma serve una rete di persone che si riconosca negli stessi valori e si impegni per fare la differenza. Non basta l’unità di tutti i partiti, se questa non ha l’ambizione di governare il cambiamento. E non basta il 40% dei voti quanto metà delle elettrici e degli elettori si astiene.

Per tante e tanti altri, invece, la prevedibilità di queste elezioni regionali è stata l’ennesima sirena a richiamare sulla strada del fatalismo, della rassegnazione, del cinismo. La sinistra sembra non essere mai stata in partita. E da quanto non lo è più? Sarebbe facile pensare che la Liguria, e Genova, siano ormai irrimediabilmente scivolate a destra. Che Toti e Bucci godano di un consenso inossidabile. Che non si possa fare nulla per affermare un’idea diversa nella nostra regione e nella nostra città, un’idea di uguaglianze e solidarietà. Che, dunque, ogni impegno politico, almeno qui da noi, a sinistra, sia tempo perso.

Tante e tanti di noi l’hanno pensato—almeno una volta un pensiero fuggevole—e tante e tanti avendo questo pensiero in mente non seguono più la politica, non si impegnano, non votano.

Qui vogliamo mettere in guardia anche contro questo secondo pericolo, quello del cinismo. Noi infatti pensiamo che l’impegno sia sempre produttivo, che sia sempre possibile fare la differenza. E proprio quando tutto sembra più difficile è importante impegnarsi di più. Non sempre i risultati saranno facili da raggiungere, né immediati, anzi lo saranno di rado, ma se l’impegno è guidato da una forte spinta valoriale, è ostinato, è costante, è coerente, è coraggioso, allora prima o poi produrrà i suoi risultati. Anche in Liguria, anche a Genova, possiamo tornare a fare la differenza.

Il nostro impegno come Genova che osa è in questo senso. Vogliamo contribuire a una nuova cultura di sinistra, anche liberandoci dalle facili consolazioni e dal cinismo. Per fare ciò, però, è necessario sapere in che mondo ci muoviamo. Per questo proponiamo una nostra lettura dei risultati delle ultime elezioni regionali.

PODCAST: LA SINISTRA ALLE ELEZIONI

I numeri della sconfitta

Toti è rieletto presidente della giunta regionale per altri cinque anni, con 383 mila voti contro i 266 mila di Sansa. Il vantaggio è netto: 118 mila voti. In percentuale 56% contro 39%, pari a 17 punti percentuali. Toti potrà contare su 19 consiglieri contro 12, per una sicura maggioranza.

RIEPILOGO GENERALE

A livello generale, queste elezioni si caratterizzano per alcuni elementi:

L’affluenza del 53% è in leggera crescita rispetto al precedente valore del 51%. Resta comunque un dato piuttosto ridotto: nel 2010 aveva votato il 61% degli elettori, sia nel 2005 sia nel 2000 il 70%.

La vittoria di Toti è la più ampia da quando votiamo direttamente il presidente, nel 1995, sia come percentuale (56%), sia come vantaggio in punti percentuali (17 punti), sia come vantaggio in voti assoluti (118 mila). In precedenza, nessuno aveva mai vinto con più del 53% dei voti (Burlando, nel 2005), con un margine superiore ai 7 punti percentuali (Toti, nel 2010), con un vantaggio più ampio di 58 mila voti (Burlando, nel 2005). Tuttavia, Burlando ha il record di voti assoluti ottenuti: 492 mila nel 2005, ma con un’affluenza del 70%.

Rispetto a cinque anni fa Toti cresce di 156 mila voti e 22 punti percentuali, con una colazione sostanzialmente identica (nel 2015, Musso si era presentato da solo come candidato più centrista, ma ottenendo un risultato trascurabile). Sansa riunisce quelle che cinque anni fa era tre coalizioni distinte (l’area del PD con Paita, quella di sinistra con Pastorino, quella pentastellata con Salvatore) e rispetto a loro, benché sia artificioso sommare i voti di chi si era presentato diviso, perde 143 mila voti e 23 punti percentuali.

Le due coalizioni principali raccolgono complessivamente il 95% dei consensi, quando cinque anni fa ottenevano appena il 62%, in un segno di ri-bipolarizzazione del voto in controtendenza rispetto agli ultimi anni.

Toti vince in tutte le province, ottenendo ovunque la maggioranza assoluta dei voti, dal minimo della Spezia (51%) al massimo d’Imperia (65%). Col 23% la Lista Toti risulta la più votata, grazie in particolare al 25% di Genova. Col 20% il PD è la seconda lista. Superano il 10% altre due liste della coalizione di Toti: Lega (17%) e Fratelli d’Italia (11%).

RIEPILOGO LISTE

Sondaggi e risultati

In relazione alle aspettative pre-elettorali, sia il 56% di Toti sia il 39% di Sansa sono molto in linea con quanto raccontato dai sondaggi. Infatti, la media dei sondaggi svolta da YouTrend a ridosso del voto assegnava a Toti il 57% e a Sansa il 37%.

I SONDAGGI

Un consiglio senza donne

Nonostante la doppia preferenza di genere, sono elette solo tre donne, cioè meno del 10% del consiglio. Tutte a Genova: due per la Lista Toti e una per la Lista Sansa. D’altro canto, siamo di fronte a una questione culturale profonda, che non si supera solo con una soluzione tecnica: anche i candidati a presidente principali erano due uomini; la Liguria non ha mai avuto una presidente.

Preferenze e consiglieri eletti

Parlando di neo-consigliere e consiglieri, quelle e quelli eletti con le preferenze sono 29, più Toti e Sansa. Marco Scajola del centrodestra ottiene circa 7.800 voti di preferenza, all’opposto Paolo Ugolini del M5S entra in consiglio con appena 344 voti. In media i neo-consiglieri sono eletti con 3.600 preferenze, tutti assieme cumulano 104 mila voti di preferenza. Contando che nella nostra regione gli elettori sono 1,3 milioni e ha votato circa la metà di questi, considerando anche che era possibile per ogni votante esprimere una doppia preferenza, questo dato mette in luce un elemento sul livello di rappresentatività, non molto alto, delle componenti e dei componenti del consiglio regionale.

Tendenze decennali: conferme e smentite

Queste elezioni elezioni regionali si inseriscono in una tendenza elettorale dell’ultimo decennio, per alcuni aspetti confermando questa tendenza, per altri smentendola.

Il 2013 è stato un anno di discontinuità, che ha segnato un cambiamento marcato nei comportamenti elettorali. Si evidenziano tre elementi di discontinuità nel 2013:

È l’anno delle elezioni delle Camere in cui il M5S si affermò come terza forza a fianco del centrodestra e del centrosinistra, interrompendo uno scenario elettorale bipolare (centrodestra contro centrosinistra) che ormai si ripeteva in modo pressoché costante nel nostro paese dai primi anni ’90.

È l’anno in cui non solo è andato finendo il quadro bipolare, ma anche le due coalizioni tradizionali hanno iniziato a frammentarsi. In particolare, in tutti gli appuntamenti elettorali successivi nella nostra regione il centrosinistra si è presentato diviso: alle regionali del 2015 Paita fu candidata per il PD e Pastorino per l’area di sinistra, alle comunali di Genova del 2017 si presentarono da un lato Crivello e dall’altro Putti (e scenari simili si riprodussero alla Spezia e prima ancora a Savona), alle elezioni delle camere del 2018 da una parte si presentò la coalizione di Renzi e dall’altra quella di Grasso.

È l’anno che ha segnato un più marcato dato dell’astensionismo (che se ormai è ampio a livello nazionale è ancora più ampio nelle elezioni regionali e comunali): per la prima volta intorno a un quarto degli elettori non si recò a votare.

Le coalizioni nel decennio

In termini di voti, tra l’avvento del M5S e la crescita dell’astensionismo il centrodestra e il centrosinistra hanno visto ridursi di molto la loro base elettorale. Nel 2010 Burlando diventava presidente regionale per la coalizione di centrosinistra con 424 mila voti, Biasotti, candidato per il centrodestra, perdeva con 389 mila voti. Nel 2015, alle regionali, il centrosinistra (diviso tra Paita e Pastorino) raccoglieva in Liguria 245 mila voti (cioè 3 voti su 5 rispetto al 2010) e il centrodestra (diviso tra Toti e Musso) 237 mila (cioè, allo stesso modo, 3 voti su 5 rispetto al 2010).

Successivamente, in ogni appuntamento elettorale seguente, il centrosinistra si è collocato in regione in una forbice intorno ai 245 mila voti, a prescindere dall’affluenza complessiva. Nel 2020 Sansa cresce a 282 mila voti, ma tendendo dentro la coalizione il M5S. Quindi il centrosinistra ha visto stabilmente ridotta la sua base di consensi in Liguria nel 2013 e da allora, pure in elezioni diverse, ha invariabilmente ottenuto lo stesso numero di voti.

Viceversa, il centrodestra ha gradualmente ricostruito, almeno in parte, la sua base di consensi su livelli antecedenti al 2013. Così se alle regionali del 2010 Biasotti otteneva 389 mila voti, nel 2015 Toti ne otteneva 237 mila, ma nel 2020 ne ha ottenuti di nuovo 383 mila. Si può quindi dire che sia il centrodestra sia il centrosinistra hanno ricostruito nel tempo coalizioni unitarie, il centrosinistra anche includendo il M5S. Tuttavia, solo il centrodestra è riuscito ad allargare la sua base elettorale tornando ai livelli precedenti al 2013. Per il centrosinistra, al contrario, la ricostruzione della struttura della coalizione non corrisponde a una ricostruzione della forza elettorale precedente.

Va notato come il numero di elettori in regione sia rimasto in sostanza invariato (circa 1,3 milioni nel 2010 come nel 2020). Pur sapendo che nel corso del tempo la base elettorale delle due coalizioni è cambiata e che gli elettori si sono mossi dall’astensione a partiti diversi e viceversa, è comunque politicamente rilevante notare come il centrodestra abbia saputo realizzare un dinamismo elettorale che gli ha permesso di ricostruire una base di consensi. Dall’altro lato il centrosinistra ha solo saputo ricostruire la forma della coalizione, ma a questa forma non è corrisposto un dato di sostanza in termini di consenso.

COALIZIONI IN LIGURIA

La sinistra in crisi nel comune di Genova

Una medesima dinamica è avvenuta nel comune di Genova, con una variazione però, perché nel comune di Genova il centrosinistra ha perso più terreno rispetto agli anni precedenti al 2013. Infatti, la coalizione progressista è finita ad attestarsi su un risultato invariabilmente collocato sui 100 mila voti, in sostanziale pareggio con il centrodestra. Tuttavia, il centrosinistra ancora nel 2010 otteneva 171 mila voti e il centrodestra solo 128 mila. Così Toti nel 2020 prevale anche nel comune di Genova a seguito di un periodo in cui il centrodestra ha ricostruito la sua base elettorale, mentre il centrosinistra è rimasto inchiodato su una frazione dei suoi consensi precedenti.

Il risultato comunale del centrosinistra è da valutare ancora più negativamente se si considera che, a differenza della regione, il comune di Genova ha perso elettori in modo rilevante: gli elettori a Genova nel 2010 erano 512 mila, nel 2020 si contano solo 482 mila elettori.

L’immobilismo elettorale del centrosinistra si presta a una lettura politica. Non si può ignorare l’immobilità dei consensi della coalizione. I progressisti possono correre divisi oppure uniti, si può votare per la regione o per le camere, possono candidare qualcuno come Crivello oppure Sansa, invariabilmente otterranno intorno ai 100 mila voti nel comune e ai 250 mila nella regione.

COALIZIONI A GENOVA

Alcune conclusioni

Si potrebbe concludere che, evidentemente, le operazioni a livello strutturale attraverso cui il centrosinistra è passato, lavorando sulla forma della coalizione e il profilo dei candidati, non sono state abbastanza incisive a livello di sostanza politica da allargare la capacità rappresentativa dei progressisti in regione, quasi fossero solo interventi di maquillage che non posso mascherare né migliorare una decadenza strutturale ormai consolidata.

Così, Toti diventa per la seconda volta presidente con un consenso relativo molto ampio, ma in realtà guadagnando meno voti di Biasotti quando perdeva le elezioni dieci anni fa. Alla fine, Toti ottiene il voto di appena il 29% dell’elettorato, quindi risulta essere un presidente minoritario. Sansa però fa certamente peggio: ottiene il 21%.

Il risultato elettorale di Toti è tale in termini relativi tanto ampio che riesce a vincere in tutte le province e anche nei capoluoghi. Il successo di Toti contraddice alcune tendenze molto forti che si stanno verificando in Italia negli ultimi anni e nelle altre principali democrazie.

Per prima cosa, Toti vince in tutti i comuni indipendentemente dalle dimensioni. Nel grande comune della regione, Genova, prevale di 9 punti percentuali, nei comuni medio-piccoli ottiene circa 20 punti di vantaggio e in quelli piccolissimi ben 35. Rimane evidente il divario tra aree urbane e rurali: le prime sono andate spostandosi sempre più a sinistra, e infatti lì Toti ottiene il vantaggio minore, le seconde sempre più a destra, spiegando il trionfo del centrodestra. Tuttavia, il risultato di Toti e per inverso il tonfo del centrosinistra-M5S sono tali da far sì che neppure nei comuni medio-grandi il loro candidato, Sansa, riesca a vincere. Anzi, anche a Genova Toti immagazzina un vantaggio quasi a due cifre. Dunque se il divario tra aree più intensamente urbanizzate e zone rurali resta evidente a colpo d’occhio, non è sufficiente a consegnare a Sansa almeno la vittoria, anche di pochi punti, nei comuni principali.

IL VOTO PER TIPOLOGIA DI COMUNE

Un secondo fenomeno in corso nelle principali democrazie negli ultimi tempi, anche in Italia e in Liguria, è quello che vede divaricarsi il voto tra le zone con i più alti tassi di scolarizzazione (consideriamo quella terziaria, cioè di livello universitario) e quelle con i tassi minori. Le aree più istruite sono andate spostandosi a sinistra, le aree meno a destra. Come per il fenomeno del divario città-campagna, la vittoria di Toti è così ampia da permettergli di vincere ovunque. Nel quarto di comuni con il tasso di scolarizzazione maggiore, infatti, il candidato di centrodestra prevale di 24 punti, nel quarto inferiore di 38. Anche qui la diversità di comportamenti tra comuni con diversi tassi di istruzione si nota, benché meno marcatamente rispetto al dato delle dimensioni per numero di abitanti.

In chiusura, queste considerazioni ci portano a un ragionamento specifico rispetto a Genova. È infatti palese come il nostro capoluogo di regione, che è la sesta città del paese, si stia comportando in controtendenza rispetto alle altre medie e grandi città d’Italia e delle democrazie occidentali, dove si sta affermando sempre più una divisione tra centri urbani e aree rurali, dove le prime votano sempre più progressista e le seconde sempre più conservatore. Genova ha un comportamento elettorale del tutto inconsueto, che non si è verificato solo in occasione di queste elezioni regionali. È un comportamento che la avvicina più alle aree rurali che non alle altre città. Questo elemento deve interrogare la classe dirigente dei partiti progressisti, che nella nostra città paiono incapaci di cavalcare una tendenza globale. Dall’altro lato, un comportamento elettorale tanto anomalo mette in luce dinamiche sociali nella nostra città, che sta vivendo una forte periferizzazione, che meritano attenta considerazione.

IL VOTO PER SCOLARIZZAZIONE A LIVELLO COMUNALE
SCOLARIZZAZIONE E VOTO AI CANDIDATI

Possiamo aggiungere che, secondo il nostro exit poll, le elettrici e gli elettori di Genova hanno votato avendo queste priorità in mente:

LE PRIORITÀ DEGLI ELETTORI

Spicca come l’emergenza Covid-19 non abbia inciso in maniera rilevante, così come la salute e l’immigrazione, che dominava le notizie fino a poco tempo fa. Invece la questione economico-lavorativa risulta essere la tematica prevalente, per 2 persone su 5. Da questo punto di vista, la questione delle disuguaglianze, che riteniamo dovrebbe essere il filtro attraverso cui leggere tutte le altre tematiche da parte dei progressisti, è indicata come tematica prevalente da meno di una persona su 10. È un elemento che appare rappresentativo dell’affanno e ritardo culturale della sinistra in questa fase, che richiederebbe un grande lavoro e impegno per essere recuperato.

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